La ginecologa: “Ancora troppi cesarei, deve cambiare la cultura della nascita”

Una cultura, quella della nascita, che stenta a cambiare. Una visione, quella del parto, che fatica a spostarsi dal piano sanitario a quello affettivo. Sono questi, secondo la ginecologa Anita Regalia, per oltre vent’anni responsabile della sala parto della clinica universitaria San Gerardo di Monza, i fattori che più di altri ostacolano una riduzione importante dei cesarei in Italia. 

Regalia, che è anche coautrice del libro “Fisiologia della nascita. Dai prodromi al post partum” (Carocci) terrà un intervento sul taglio cesareo al convegno “L”ostetricia e le evidenze 2018″ in programma a Modena il 28 e 29 settembre (qui il programma). E parlerà di come i dati italiani siano in miglioramento ma pur sempre non rosei rispetto al contesto europeo: “Siamo l’ultimo Paese in Europa per numero di cesarei, secondo il rapporto Ocse. Il 35,7% dei parti avviene infatti così. Sono numeri ancora alti e che non mi fanno ben sperare”.

A Monza, con 3mila parti all’anno (e la concentrazione dei casi a rischio degli ospedali della Brianza), il tasso di cesarei oscilla da quindici anni intorno al 18%: “Un modello possibile grazie, soprattutto, alla promozione della nascita fisiologica, alla pratica del rivolgimento dei feti in posizione podalica, al parto vaginale nelle donne con un pregresso cesareo. Non è l’unico, ci sono altri esempi virtuosi. Che però, nonostante le prove e le dimostrazioni, non vengono presi ad esempio. Eppure di casi a rischio ne avevamo. Eppure non ho mai preso una denuncia”.

Allora perché la situazione italiana non cambia? “Se il problema fosse solo di tipo medico-legale, ovvero legato alla paura delle denunce, non si capirebbe perché anche in altri Paesi come l’Inghilterra o l’Olanda, dove la tendenza a denunciare è in aumento, i cesarei siano comunque molti meno rispetto ai nostri. Idem per l’idea secondo la quale sono le molte induzioni al travaglio che facciamo in Italia a portare all’eccesso di cesarei: ebbene, si induce molto anche nei Paesi dove i cesarei sono pochi”.

Il problema, allora, sta da un’altra parte: “Sta nella medicalizzazione eccessiva del parto anche in condizioni di normalità, legata a una forte cultura del rischio, cioè alla paura che possa succedere qualcosa di brutto, e all’organizzazione delle sale parto, dove le ostetriche non sono in numero sufficiente e non possono quindi spingere a una normalizzazione della nascita”. 

E le donne, che strumenti hanno? “Ben pochi – conclude Regalia -. Anche se credo che informarsi, non mostrarsi passive e chiedere i piani del parto possa aprire spiragli”. Non è ottimista, la ginecologa: “Ai convegni, certe volte, si ripetono cose che si dicevano venticinque anni fa”.

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