Morte in utero, Ciao Lapo: “Ancora tante resistenze tra medici e operatori”

Ancora molte resistenze. Ancora molti tabù. Ma negli ultimi dodici anni l’associazione Ciao Lapo, nata dall’esperienza del lutto perinatale di Claudia Ravaldi e del marito Alfredo Vannacci – che nella vita sono rispettivamente psichiatra e medico ricercatore in farmacologia – ha fatto passi da gigante, soprattutto nell’ottica di inserire l’argomento tra i compiti degli operatori sanitari. Ed è proprio la presidente Claudia Ravaldi a fare un bilancio delle vittorie ottenute e dei molti passi ancora da compiere.
Claudia, c’è da ritenersi soddisfatti?
“In parte sì. Grazie a quello che abbiamo fatto per sdoganare il tema della morte in utero e del lutto perinatale, e grazie anche alla forte richiesta di rinnovamento dei servizi in questo senso da parte delle mamme, molto si è mosso. Partivamo da una conoscenza molto scarsa di questi argomenti, dall’idea diffusa che siccome i casi sono numericamente pochi, non servisse una formazione specifica da parte di chi lavora in punti nascita e consultori. Ma anche dal pregiudizio secondo il quale un bambino non nato non è un bambino e che sia quindi troppo disperarsi per la sua perdita. Argomenti, dunque, sui quali non valeva la pena investire tempo ed energie, da delegare all’esterno, magari allo psicologo privato”.
E adesso, invece?
“Direi che circa la metà dei punti nascita, in Italia, ha organizzato convegni sul tema, ci ha contatti per la formazione, si è interessata”.
Qual è la categoria professionale più aperta in questa direzione?
“Senz’altro quella delle ostetriche, in particolare le più giovani. Non riusciamo quasi a stare dietro a tutte le richieste che ci arrivano per realizzare tesi di laurea in materia. Un bel segnale di rinnovamento che vorremmo arrivasse anche dalla classe medica, con la quale stiamo cercando di fare un lavoro di crescita culturale. Noi non abbiamo inventato nulla, abbiamo solo contribuito a diffondere una serie di conoscenze su come va ascoltata, accolta e supportata una coppia che perde il figlio prima della nascita o durante la nascita. Siamo convinti che non sia necessario essere psicologi per poterlo fare: servono infatti competenze non specialistiche, come la capacità di ascolto e di relazione, il rispetto. Anche un operatore socio-sanitario può essere benissimo in grado di accogliere una donna colpita dal lutto perinatale, che riteniamo vada presa in carico dai servizi e non demandata a non si sa bene chi”.
Di chi è la responsabilità di tutto questo?
“C’è una responsabilità di tipo culturale che impedisce a ginecologi, psichiatri e medici di famiglia di potersi prendere il tempo di occuparsi di una persona che ha perso il proprio figlio. Le aziende sanitarie non lo consentono, la formazione universitaria non lo prevede. Ma noi siamo convinti che le figure di riferimento di una coppia in attesa, come i ginecologi, non possono passare indenni. Per questo abbiamo pubblicato un ebook che è un vademecum per il personale ospedaliero che si trova ad assistere una famiglia che vive l’esperienza della morte perinatale“.
Ci sono ancora molti luoghi comuni intorno all’argomento?
“Eccome. Sono luoghi comuni che, nel loro perdurare, possono influenzare anche il modo in cui certe scelte sanitarie vengono fatte. Mettiamo il caso che due donne abbiamo perso i figli durante la gravidanza e che le risorse per aiutarle siano limitate. Se una delle due ha già un bambino e l’altra no e io sono convinto che essere già madri sia necessariamente un vantaggio in vista della propria ripresa emotiva e psicologica, sceglierò di destinare le poche risorse disponibili a quella senza figli. Magari senza essermi mai chiesto se quella che ha già un bimbo abbia avuto, magari, la depressione post-parto o altre difficoltà. Questo è solo un esempio di come la scarsa conoscenza possa minare il giusto funzionamento dei servizi. In generale, noto una grande diffusione di una ‘psicologia da supermercato’ che porta a ritenere, tra le altre cose, che il lutto perinatale avvenuto nel primo trimestre sia in qualche modo da mettere in conto e quindi meno portatore di sofferenza. Il lutto è soggettivo, trattarlo a suon di slogan o false credenze può creare grossi danni”.

In questo articolo ci sono 0 commenti

Commenta

g