Violenza ostetrica, la storia di Chiara: “Il mio parto? Un incubo”

“Ero alla 39esima settimana più sei giorni, mio figlio stava bene, non era in sofferenza. Ma mi hanno costretta all’induzione del parto, facendomi vivere un’esperienza più che traumatica che mi porto dietro ancora oggi, a distanza di tre anni”. Chiara De Marchi è una mamma della provincia di Padova che dopo la diffusione dei dati della ricerca “Le donne e il parto”, che ha portato alla luce il tema della violenza ostetrica, ha deciso di raccontare e portare allo scoperto anche la sua, di storia. Una vicenda che ha inviato anche a “Basta tacere”, il movimento che per primo ha analizzato il tema.

Chiara, che è affetta da una patologia cronica intestinale, la rettocolite ulcerosa, è arrivata ai primi monitoraggi in evidente stato di ansia e tensione: “Ero alla prima gravidanza, assumevo un farmaco immunosoppressore sulla cui compatibilità con la gravidanza non avevo rassicurazioni né garanzie. E al settimo mese ho avuto una minaccia di parto prematuro che ha fatto sì che venissi indirizzata a un ospedale diverso da quello nel quale ero stata seguita fino a quel momento”.

Ed è lì, nel pieno del panico, che è iniziato il calvario di Chiara: “Dopo varie settimane a letto sotto progesterone, impossibilitata a seguire un corso di preparazione al parto e spaventata da tutto, l’11 febbraio del 2014 sono andata all’ennesimo monitoraggio. Durante la visita, mi è stato detto che avevo rotto il sacco dall’alto e che a quello si doveva imputare la perdita di liquido che i medici stavano riscontrando. Io ero sicura che non fosse così: a causa del Papilloma virus contro il quale avevo lottato per tutta la gravidanza, avevo moltissimi condilomi che mi avevano causato una forte leucorrea. Non avevo rotto proprio nulla, il liquido che vedevano era leucorrea. Che importa se ero già dilatata di due centimetri, si può avere una dilatazione di due centimetri anche per settimane senza partorire. Ma a quello si sono attaccati per indurmi il parto”.

Insomma, secondo Chiara tutto era già stato deciso: “Il bimbo stava bene, non avevo contrazioni, non avevo rotto le acque. Ma tutto era già stato pianificato a mie spese. Dopo avermi rotto il sacco con il bastoncino, operazione che ha richiesto due tentativi, e dopo avermi somministrato l’ossitocina, sono stata messa in una stanza senza mio marito, dove sono rimasta per dodici ore legata al letto senza bere né mangiare, nonostante stessi malissimo e implorassi che mi portassero qualcosa. A causa della mia malattia, non posso stare così tanto senza mandare giù nulla. Avevo anche febbre e sentivo la milza che faceva male. Ma quando l’ho fatto presente, mi hanno dato un farmaco antiemetico che non ha risolto le cose. Sono riuscita, per fortuna, a bere una mezza bottiglietta d’acqua di nascosto. E a ottenere, dopo una lunghissima attesa, l’epidurale, dopo la quale credo di essermi addormentata, esausta”.

Solo quando le contrazioni sono diventate decisive e Chiara ha iniziato a sentire il bisogno di spingere, è stata mandata in salo parto: “Con le mie gambe, mentre gocciolavo sangue, senza mio marito. Ero già in fase espulsiva ma mio figlio non usciva. E così mi hanno fatto l’episiotomia e hanno usato la ventosa per estrarlo. Un parto terribile dopo il quale sono stata ricucita per un’ora, mentre il mio bambino veniva portato fuori, dai parenti, in braccio a mio marito. Intanto, l’ago della flebo era fuoriuscito dal braccio che si era gonfiato a dismisura”.

Chiara, che è rimasta dieci giorni ricoverata per una faringite contratta in stanza, ha avuto poi enormi difficoltà a riprendersi dall’episiotomia e ad allattare suo figlio: “Senza contare che la mia malattia intestinale si è riacutizzata e che sono caduta in depressione post-parto. Oggi ho un altro bimbo di pochi mesi, scegliere di cercare un’altra gravidanza è stato come provare a sanare la grande ferita che mi è stata provocata”.

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Commenti:

  1. Emerge che la signora Chiara ha le idee molto confuse su quanto sia successo. Dubito che sia stata legata ad un letto. Dubito che medici abbiano confuso leucorrea con liquido amniotico. Sovente a seguito di una peridurale si rende necessario l uso della ventosa.
    Attenzione alla falsa informazione.

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