La guida ambientale che predica l’outdoor education: “La cultura sta cambiando”

L’outdoor education è una delle più recenti frontiere pedagogiche, soprattutto in Emilia-Romagna. Perché molti addetti ai lavori, anche su impulsi accademici come quello del professore Roberto Farné, stanno capendo che lo spazio esterno è il luogo educativo per eccellenza, laddove si impara e si socializza di più e ci si ammala meno. La stessa Unione dei Comuni della Bassa Romagna sta investendo molto, da qualche anno, sul nuovo approccio, anche con una rassegna, “Bimbiallaria”, che prende il via in questi giorni. Tra i protagonisti ci sarà anche Nicola Scoccimarro, guida ambientale ed escursionistica, impegnato dai nidi alle medie, in tutta la Romagna, sul tema dell’outdoor.
outdoor, cortile, bambina, altalenaNicola, come sta promuovendo la nuova cultura del crescere all’aria aperta?
“In molti modi: organizzando laboratori nei cortili dei nidi e delle scuole dell’infanzia, formando gli educatori, ristrutturando giardini, organizzando escursioni con le classi, facendo assistenza alle scuole sul tema dei rischi e dei pericoli”.
Una delle resistenze rispetto all’outdoor riguarda proprio la sicurezza: un ambiente esterno può essere molto stimolante a livello educativo ma può contenere pericoli. Come se ne esce?
“Lo racconto con un esempio. Mettiamo che nel cortile di una scuola ci sia un albero con delle pigne pericolanti. L’insegnante più conservatore terrà i bambini in classe, quello bravo li porterà fuori invitandoli a non stazionare sotto l’albero, quello incapace non si porrà proprio il problema. Io dico sempre che, per risolvere il conflitto che spesso si crea tra sicurezza e outdoor, è necessario partire da un’attenta valutazione del pericolo. Dopodiché, è necessario fare delle scelte. Un altro caso è quello dei tronchi utilizzati per fare arrampicare i bambini, che sono molto meglio dei classici giochi di plastica: farli certificare, visto che non sono normati, costa molto. Toccherà al responsabile della struttura scolastica decidere se assumersi il rischio di fare giocare lo stesso i bambini, sempre che creda nel valore pedagogico della questione”.
E i genitori, da che parte stanno?
“Sempre più spesso stanno facendo loro la cultura dell’outdoor, non solo capendo che non è vero che stando fuori ci si ammala di più ma anche apprezzando tutte le implicazioni educative: lo spazio esterno è ricco di spunti scientifici, se li si sa leggere, dal punto di vista motorio offre una miriade di opportunità, così come sul fronte della socializzazione. Mi è capitato più volte, di recente, di essere contattato da genitori che vorrebbero che la scuola facesse di più per attrezzare meglio i cortili”.
A che punto siamo, sul territorio?
“Non si può generalizzare. Ho seguito scuole con esperienze strepitose, mentre altre hanno cortili paragonabili a deserti. Quello che dico è che la direzione da prendere è quella dell’allestimento di spazi che, dal punto di vista dei sensi, devono essere capaci di offrire gli spunti più disparati: tattili, olfattivi, visivi. Messaggi che sto cercando di diffondere anche attraverso l’associazione di promozione sociale Caracol. La cultura sta poco a poco cambiando, per fortuna. Una volta arrivato e recepito il messaggio giusto, le cose cambiano”.

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