“Dio è inutile”: la provocazione di un prof di religione

Dio è inutile. Detto da un prof di religione, in effetti, suona strano. Ma solo se ci si ferma alla superficie delle parole. In fondo Gilberto Borghi, da 26 anni insegnante allo Strocchi (oggi anche Persolino) di Faenza, una delle firme di Vino Nuovo, può permetterselo. Da cattolico praticante qual è, oltretutto. Il titolo del suo libro pubblicato da Edb, “Un Dio inutile”, nasce dalla provocazione di uno studente di quinta, costretto dal padre a frequentare la Chiesa come “attività più utile della settimana”. E che a quell’obbligo familiare reagiva a modo suo: “In maniera geniale un giorno mi disse che si era stancato di fare cose utili, che avrebbe voluto farne di inutili, di semplicemente godibili e non perché servissero a qualcosa. E che quasi quasi, se Dio fosse stato inutile, gli avrebbe creduto”.

Gilberto Borghi sulla copertina di “Credere”

Prof, sono i genitori o i ragazzi a scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione?
“Dipende. In prima sono in genere le famiglie, nonostante resistenze, pressioni e mugugni dei figli. Più avanti sono gli studenti a decidere. Tra la quarta e la quinta, in particolare, c’è spesso un allontanamento, più che altro da parte delle ragazze. Ma non bisogna generalizzare: ho avuto anche alunni che all’inizio non si sono avvalsi della religione e in seguito hanno deciso di farla”.
Ha indagato le ragioni delle scelte individuali?
“No, ho un gran rispetto, tengo una linea di basso profilo, è il mio modo di relazionarmi con i ragazzi. Però i numeri ci dicono già qualcosa: all’inizio della mia carriera scolastica faceva religione l’87% dei miei studenti, oggi il 77%. Il calo si è verificato soprattutto negli ultimi cinque anni”.
Ci saranno delle cause, al di là dei motivi privati di ognuno…
“L’aumento degli studenti stranieri ha sicuramente influito. Faccio anche mea culpa: magari non ho dato ai miei allievi quello che si aspettavano. Ma c’è anche un’onda lunga che ha mostrato il lato peggiore della Chiesa: la disaffezione verso la religione è evidente e non riguarda solo la scuola, nonostante ci si continui a vantare di una tenuta che invece è scarsa”.
In Italia è una tendenza generalizzata?
“La situazione è davvero variegata. Si va dal 35% di ragazzi che fanno religione in un liceo scientifico di Milano al 98% di certe scuole della Calabria”.
Variegato è anche il modo di insegnare religione, da prof a prof?
“Sì. Le regole ufficiali sono abbastanza chiare: siccome il Cristianesimo ha lasciato un segnale profondo nella nostra cultura, bisognerebbe insegnare cultura religiosa in senso lato ma con una dimensione cattolica. Ma questa impostazione ha diversi lati deboli: prima di tutti i nostri ragazzi si interessano di altre forme religiose, in secondo luogo quando in classe hai una ragazza con il velo il problema è già risolto. Del pluralismo religioso non puoi fare a meno: la realtà sorpassa ogni prescrizione”.
Lei che linea predilige, al di là dei cambiamenti di cui tener conto all’interno della scuola?
“Personalmente preferisco un insegnamento non confessionale. Ma vedo colleghi con approcci molto vari: da chi evita di trattare questioni che esulano dal Cristianesimo a chi, come me, rivoluziona l’approccio, anche in base alle richieste dei ragazzi. So che quest’ultima operazione non è perfettamente consona alle indicazioni ma sono pronto ad affrontare ipotetici ispettori”.

Il libro di Gilberto Borghi

C’è anche un pizzico di paura di perdere il consenso dei suoi ragazzi?
“No, non lo faccio per strategia elettorale ma perché sono davanti ad un fatto: limitarsi al confessionale non va nella direzione degli adolescenti. In loro risuona meglio l’idea di un Dio gratuito, che li attragga su un livello che la realtà non riesce ad offrire. La Chiesa oggi fatica a trovare un linguaggio per comunicare al cuore dei giovani. Si pensa solo alla testa. Ma i ragazzi hanno bisogno di esperienze emozionali, non di troppi ragionamenti. Il linguaggio ecclesiale è ancora troppo di testa. E la distanza diventa abissale”.
Il tema della religione, quindi, diventa quindi un modo per parlare dei ragazzi di oggi?
“Sì. Noto quanto gli adolescenti siano bravi a dissimulare. Hanno capito che non vale la pena porsi in maniera diretta davanti agli adulti, regalano loro un’apparenza delle cose, per esempio sul fronte dei risultati scolastici, ma la loro vita è altrove. Gli adulti sono i primi a non presentarsi per come sono. E il dialogo è tra sordi”.
Lei è un adulto anomalo?
“Sì, sono rimasto un po’ adolescente. Per questo mi si aprono numerosi canali per arrivare agli studenti. Col tempo ho messo tra parentesi una certa modalità di essere cattolico, per acquisirne un’altra a me più consona. Quindi, mi dico, non sono matto”.

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