“Mia figlia era grave, costretta ad aspettare una settimana per abortire”

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Il referto della villocentesi è stato, per Elena G., 35enne di Ravenna, inequivocabile: trisomia 13, una malattia cromosomica rara e nella maggior parte dei casi incompatibile alla vita, visto che i neonati muoiono entro il terzo mese. Ma per interrompere la gravidanza, la donna ha impiegato una settimana esatta. Perché al Sant’Orsola di Bologna, al quale si era rivolta perché la sua ginecologa le aveva assicurato maggiore celerità nei tempi di attesa rispetto a Ravenna, per sette giorni non erano di turno ginecologi e anestesisti non obiettori.

Una storia che risale all’estate 2015 e che ora, anche in concomitanza con la diffusione dei nuovi dati sull’obiezione di coscienza, appare più attuale che mai. In Emilia-Romagna dicono no alle interruzioni volontarie di gravidanza il 53,1% dei ginecologi, il 32,5% degli anestesisti e il 23,8% del personale sanitario non medico. A Bologna, in effetti, le percentuali sono più alte, almeno riguardo i ginecologi: pratica l’obiezione il 66,7% di loro. Solo Ferrara e Piacenza superano il dato, rispettivamente con l’80 e il 70%.

“Ricevere una notizia del genere – racconta Elena – è già di per sé devastante, soprattutto perché mia figlia era stata molto cercata. Gli stessi medici, davanti al risultato della villo, mi hanno consigliato di abortire. Dopo aver preso una decisione comunque pesante insieme al mio compagno, la beffa è stata dover rimanere ad aspettare per logiche che faccio davvero fatica a comprendere. L’interruzione di gravidanza è un diritto che io non mi sono vista garantire nei tempi giusti: starsene a casa a piangere e non dormire, sapendo che tua figlia è gravemente malata e ce l’hai comunque nella pancia, è un’esperienza che non auguro a nessuna. Il mio non è stato un capriccio: ero già alla tredicesima settimana e la mia unica richiesta, legittima, era mettere fine al più presto a quell’incubo“.

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