“Ho bussato per troppo tempo alla porta della stanza di mio figlio, ora non lo faccio più”

Due piani, quattro stanze e qualche porta a dividere due mondi. Nicola Valmorri, un giovane 22enne che ha trascorso gli ultimi sei anni chiuso nella sua camera, e Cristina Massa, sua mamma, che ha deciso che alla porta di quella stanza non bussa più dopo averlo fatto per troppo tempo. Due storie e due racconti intimamente collegati. Una relazione complessa, a tratti simbiotica, mai interrotta, vissuta ‘di pancia’ nonostante i silenzi, i non detti, e qualche volta le urla. Un viaggio nella memoria, in un tempo e in uno spazio incerti. I ricordi di entrambi si accavallano e creano immagini confuse, dense e piene di sofferenza, di amore e di vita.

LE EMOZIONI

Non mi disturba essere definito un hikikomori, anzi, preferisco che ci sia un nome per chiamarci. Prima dicevo ‘recluso’, ma così sembra che ti abbiano forzato. E hikikomori lo preferisco anche a ‘ritirato sociale’, perché il termine unico porta con sé un po’ di simbolismo. A questa condizione, che ormai rappresenta la mia quotidianità, ci collego solitudine, tristezza, ma anche tranquillità, perché sai che ti stai privando di qualcosa, ma in fondo stai bene lì dove sei.

All’inizio mi sono sentita confusa, disorientata. Poi è subentrata la disperazione e un forte senso di responsabilità. Che cosa c’è di più della responsabilità? Ecco, è quello che ho provato io quando mio figlio ha cominciato a ritirarsi in uno spazio, mentale e fisico, sempre più angusto.

L’INIZIO

All’inizio pensavo che fosse un male fisico. Mi prendeva un dolore allo stomaco e una nausea ingestibile. Quando ero fuori scuola, avevo un unico pensiero: volevo tornare a casa. Provavo rabbia, perché mi sentivo forzato. Dentro di me si combatteva una guerra, come se fossi diviso in due. Una parte che voleva andare avanti, emergere; l’altra era ostinata a portarmi a fondo. Passavo anche un’ora così, poi mia mamma mi veniva a prendere. Arrivato a casa mi rilassavo.

Stavamo fermi davanti al cancello di scuola. Lo abbiamo visto aprire e chiudere tante volte. Mi chiedeva di accompagnarlo, di camminare accanto a lui. Non volevo prendergli la mano, temevo che se ne vergognasse. Era lui a prendere la mia, perché gli girava la testa, aveva mal di stomaco. Cominciava a diventare giallo in volto, poi verde. Oddio no, figlio mio, non vomitare! ‘Mamma, non ti preoccupare, ora sto meglio. Posso farcela, tu vai al lavoro, io entro. In caso ti faccio chiamare…’  mi diceva. Il più delle volte andava così: nemmeno facevo in tempo ad arrivare in ufficio che la scuola mi chiamava per dirmi che Nicola si era sentito male e dovevo andare a prenderlo.

IL RITIRO

È stato in terza superiore che mia mamma mi ha ritirato da scuola. Ero già stato bocciato in seconda, e se avessi perso un altro anno a causa delle assenze, non mi sarei più potuto iscrivere. Ed è allora che sono stato meglio. Mi sono sentito sollevato. Di quel periodo ho un ricordo confuso. Il tempo passa in modo diverso quando vivi così. Non c’era più giorno, né notte, ma solo una luce del computer quasi sempre accesa. Mi svegliavo quando mi svegliavo, giocavo, il tempo non esisteva. Non so il perché del buio, è vero che quella condizione di totale assenza di luce H24 assomiglia all’ambiente in cui vive un bambino che deve nascere, che si trova nel ventre materno. Forse sì, avevo bisogno di rinascere.

Il periodo di totale ritiro, di Nicola, fatico a collocarlo. Sarà durato poco meno di un anno. Non sono certa se sia stato prima o dopo il mio intervento. Mi diagnosticarono un tumore. Per tutto il periodo delle analisi fino a dopo la convalescenza non sono riuscita a prendermi cura di lui. È stato devastante. Quella scala che non riuscivo a salire, mi divideva da lui, ma, anche se ci fossi riuscita, non sarebbe servito a nulla. Nicola era chiuso nella sua stanza e non faceva entrare nessuno. Era immerso nel buio della sua camera, non voleva vedere, sentire, sapere. Aveva paura di tutto.

LE MOTIVAZIONI

Non salta proprio fuori il motivo di quanto mi è successo. Un po’ mi dispiace, ne parlo spesso anche in terapia. Ero un tipo attivo, dopo scuola, facevo sport, la partita il fine settimana, e poi stavo con gli amici. Odiavo fare i compiti. Mia mamma mi ha sempre aiutato. Lei faceva il triplo di me. Ho immagini sbiadite della mia infanzia. Uno dei ricordi più chiari è Anita, la mia maestra della scuola materna. Mentre tutti gli altri bambini dormivano, noi giocavamo. Per me dormire era impensabile.

‘Io mamma so volare!’ mi diceva Nicola quando era piccolo e provava a lanciare oggetti dalla finestra. ‘Ecco! Il vasino non vola ma io potrei’. Ha iniziato a frequentare la materna a 3 anni. Lo lasciavo solo la mattina e il resto del pomeriggio lo passava arrabbiato con me. ‘Se tu esci alle 2, alle 2 devi essere qui’ mi diceva. Poi dovevo sfinirlo fisicamente: mare, parco, altri giri. Si addormentava solo quando era allo stremo. Le maestre mi dicevano che dopo un po’ si smollava e giocava anche con gli altri, ma quando arrivavo io, doveva farmi pesare la mia assenza. ‘Sono io a dover essere arrabbiato con te’. Era così piccolo quando mi faceva questi discorsi. Con lui sono sempre state discussioni interminabili e crescendo si sono spostate su altri argomenti: ‘Che studio a fare? Non serve a niente, so già tutto!’ oppure ‘Io non mi metto alla prova, perché sono già il migliore. Sono un genio, sono gli altri che non se ne accorgono’. Ha sempre avuto una visione del mondo che non ritrova riscontro nella realtà. Fatica ad accettare il confronto, a mediare. Ha sempre mostrato una grande rigidità. Sin dalle scuole medie ha cominciato a ridurre i contatti, a selezionare le amicizie, ma all’epoca mi sembrava una cosa normale.

LE RELAZIONI

Mamma è la mia colonna portante. È quell’alleato che tutti vorrebbero. Mi è sempre stata accanto. Con mio padre la relazione è stata più difficile, è migliorata da quando i miei genitori si sono lasciati. Ora, ogni tanto ci sentiamo e ci vediamo, riusciamo a parlare, abbiamo legato molto. Anche con mio fratello ho un buon rapporto. Ricordo quando è nato. Avevo 9 anni. Mio padre venne a svegliarmi di notte. È stato un momento di grande felicità.  Con lui ora mi sento un po’ in colpa, perché mi prende come esempio. Lui è quello bravo, quello forte, mi sprona a fare meglio.

So che mi vuole bene, nella sua testa sono sicura che farebbe di tutto per me. Ma non c’è corrispondenza tra ciò che ha dentro e quello che fa. A volte ha slanci di generosità, voglia di essere utile, poi però nella pratica si ferma, perché pensa che non sia necessario. Non pensa né alle motivazioni, né alle conseguenze. Con suo padre il rapporto è sempre stato più complicato. In passato ci sono stati vari litigi. Nella testa di Nicola, suo padre era perfetto: ingegnere, bravo negli sport, insomma un vincente. Una volta mi chiese se suo papà avesse mai partecipato alle Olimpiadi.

IL PRESENTE 

Oggi non vivo più al buio e sto molto meglio.  Sono riuscito a prendere la patente, per me è stata una grossa sfida. Non credevo di farcela, perché non sono costante, perdo interesse per le cose. Uscire da casa è faticoso, incontrare persone è faticoso, fare qualsiasi è faticoso. Per me è tutto un obbligo, tutto un peso. Anche portare i piatti giù in cucina.  A volte me ne dimentico e stanno lì accatastati per giorni e giorni, proprio non li vedo.

Inizialmente credo di essere stata opprimente, ma anche prigioniera. La notte mi svegliavo e pensavo all’idea geniale per portarlo fuori. Per anni mi sono sentita in colpa, poi lui mi ha detto che non è dipeso da me e io gli ho creduto. Prima spaccava le cose e, fino a quando non sbolliva, non mi lasciava andare. Gli chiedevo se potevo pulire la sua stanza, oggi invece sono io che non voglio farlo. Anche la patente, lui l’ha vissuta come un obbligo imposto dal babbo. Se cominciasse a portare giù quei piatti significherebbe che ha cominciato a prendersi cura di sé e delle sue cose. Comunque va molto meglio, ora è premuroso e ha voglia di stare con me e con suo fratello, trascorre con noi  qualche mezz’ora al giorno.

IL FUTURO

Riguardo al futuro riesco a delineare che cosa dovrei fare: riprendere la scuola, magari lavorare, oppure andare all’Università e avere una famiglia, ma non riesco a immaginarlo a livello visivo. Ho sempre messo in conto che prima o poi dovrò uscire. Vivere tutta la vita a carico degli altri è allettante, ma non è possibile. E ho imparato che per quanto il tempo passi, non è ancora troppo tardi per fare quello che vuoi fare. Ma, al momento, a pensarci bene non mi viene nulla in mente. Forse è ancora troppo presto. Prima quando qualcuno mi chiedeva “che cosa fai?” mi sentivo in imbarazzo, ora gli racconto la mia storia se vuole ascoltarmi. Ho imparato ad accettarmi. Per me la mia non è una brutta storia.

Non sono convinta che questo tempo gli sia servito. Con gli anni, si cresce solo se mentalmente fai dei progressi. Forse maturo lo era già prima, ma a volte Nicola fatica a essere sincero anche con se stesso. Ho paura che fino a quando ci sarò io, rimarrà qui. Credo che sarà difficile senza un elemento esterno, un’attrattiva in grado di catturarlo e farlo andare fuori. Non credo che possa essere spinto da qualcuno e nemmeno da se stesso. L’anno scorso stava preparando un viaggio per il Giappone, e pensavo che ce l’avrebbe fatta, ma poi c’è stato il Covid e non se ne è fatto più niente. Ho mollato un po’ le aspettative, lui forse questo non lo sa.

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo articolo ci sono 0 commenti

Commenta

g