Giovani caregiver, a Carpi la scuola che li riconosce. E li aiuta

Ci sono ragazzi che si addormentano sul banco, a volte solo loro sanno perché. Ce ne sono altri che arrivano tardi perché, prima, hanno incombenze familiari da sbrigare. Sui giovani caregiver, che si prendono cura di genitori, fratelli e nonni malati o con disabilità, l’attenzione è ancora molto poca. Ma ci sono eccezioni, come quella del Centro di formazione professionale “Nazareno” di Carpi, in provincia di Modena, dove Cristina Bertolla lavora ormai da una vita come coordinatrice educativa, una figura più unica che rara che fonda il suo ruolo nell’ascolto degli studenti, dei loro bisogni e delle loro storie.

La presentazione del progetto sui caregiver al Parlamento europeo

In questo senso, dopo aver conosciuto Licia Boccaletti di “Anziani e non solo”, Cristina sette anni ha come tolto il velo a una sensazione che aveva da tempo, quella di avere a scuola allievi che vivessero sulla propria pelle la condizione di caregiver: “Il vantaggio della nostra scuola è che, già in estate, conosciamo i ragazzi e le loro famiglie e riusciamo, così, a stabilire un primo livello di fiducia. In settembre, in classe, somministriamo un test che va a evidenziare eventuali fragilità sul tema dei caregiver, che poi andiamo ad approfondire con i singoli studenti, predisponendo in seguito laboratori ad hoc, che a volte servono semplicemente a staccare la mente e a confrontarsi”.

Il messaggio, insomma, è che se c’è un problema di assistenza a un familiare, la scuola è pronta a occuparsene: “Da due anni partecipiamo anche al progetto europeo Me-We che aiuta i giovani caregiver a prendere consapevolezza del loro ruolo e a rafforzarsi, nell’ottica che non sono stati sfortunati a capitare nella famiglia sbagliata e che anche altri loro coetanei sono nella loro stessa situazione”.

Per gli allievi caregiver viene anche predisposto un piano didattico personalizzato che viene adattato in base alle esigenze singole: “C’è chi ha bisogno di entrare a scuola più tardi o di uscire prima, chi delle interrogazioni programmate. Per loro, oltretutto, c’è la possibilità di accedere allo sportello d’ascolto ogni volta che ne sentono la necessità”.

Negli ultimi anni, oltre a intravedere situazioni di malattia e disabilità, Cristina ha registrato come alcuni ragazzi siano caregiver in un modo nuovo: “Dovendo provvedere ai genitori che hanno perso il lavoro, si rimboccano le maniche e vanno a fare i cuochi e i camerieri nel fine settimana. Situazioni che si affiancano a casi magari più eclatanti, come quello dello studente che ha un fratellino con un tumore o del giovane pakistano che non veniva a scuola perché era l’unico a parlare italiano e dove accompagnare la madre in ospedale”.

Al di là dei progetti, secondo Cristina in generale manca una sensibilità su questi argomenti: “Qualche anno fa, nel consiglio di classe della scuola di mia figlia, ho sollevato il caso di una sua compagna caregiver, che ogni mattina era in ritardo perché portava il fratellino a scuola. Gli insegnanti, con puntualità,  la riprendevano: Ma nessuno si era mai chiesto il motivo di quel ritardo”.

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