Quattro figli e l’homeschooling: “Nessuna contestazione ma una scelta di vita”

Nessuna contestazione verso la scuola pubblica, nessuna pretesa di superiorità, nessuna scelta controcorrente. A Bologna, a casa di Caterina Bonori, psicopedagogista reggiana, l’idea della scuola libertaria, o home schooling che dir si voglia, è nata diversi anni all’interno di un progetto di vita più ampio, quello di girare il mondo per un anno.

Insieme al marito Alessandro Gangemi e ai loro figli Martino, Vinicio, Miranda e Ines (che oggi hanno tra i sei anni e mezzo e i 14), Caterina tra il 2014 e il 2015 ha vissuto in Grecia, Turchia, India, Thailandia e Indonesia per poi arrivare in Calabria, dove Alessandro è poi rimasto a vivere per motivi familiari e lavorativi.

L’esperienza scolastica della loro famiglia oggi è anche al centro del documentario “The Childood experience” (presentato ieri al festival di cinema indipendente “Nòt Film Fest” di Santarcangelo di Romagna) della regista Valentina Olivato, che due anni fa, rispondendo a un annuncio di lavoro pubblicato da Caterina per avere un supporto all’educazione delle due figlie più grandi, è entrata nel loro universo fatto di sfide, dubbi, ripensamenti: “La nostra scuola libertaria non è certo il modello perfetto – spiega la madre – ed è giusto non cadere in facili idealizzazioni. Qui l’organizzazione cambia di continuo in base a bisogni ed età. Tutto si basa sul mettersi in discussione e non c’è mai un punto di arrivo. Di questa vita educativa mi piace il fatto che ha un impianto fluido e che i ragazzi sono soggetti attivi dell’apprendere. Durante il lockdown una ragazzina che apra sopra di noi ha preso a frequentare casa nostra e ho potuto notare come, senza delle consegne da eseguire, fosse del tutto persa. Qui, invece, i miei figli si organizzano da soli il lavoro e sono agenti dell’imparare“.

Fino a poco tempo fa, nessuno di loro aveva manifestato la volontà di frequentare la scuola tradizionale: “In settembre, invece, Ines andrà al liceo classico e anche la sorella, con tutta probabilità, seguirà le sue orme. Se è quello che desiderano fare, è giusto che lo facciano. Spesso si guarda la scuola libertaria come a un posto in cui i bambini sono segregati, senza rapporti con il mondo. Tutto il contrario: noi stiamo spesso fuori, la nostra è una scuola da cortile e la nostra casa un porto di mare. C’è una trasversalità delle relazioni che può non assomigliare alla socialità da banco ma che, comunque, è un modo per imparare a rapportarsi agli altri”. Oltre all’obiezione sugli aspetti relazionali, a Caterina viene mossa spesso anche quella sull’esclusività di una scuola per pochi: “Non nego che se una famiglia, per vivere, ha bisogno che due persone lavorino a tempo pieno, l’homeschooling non sia praticabile. Ma noi non conduciamo una vita sfarzosa. Non ci manca nulla ma viviamo con uno stipendio, facciamo il baratto, compriamo vestiti usati, andiamo in vacanza attraverso lo scambio casa”.

Tra qualche anno, Caterina immagina di non essere più dentro questa esperienza: “Sto in parte già tornando a fare consulenze, l’idea è di riprendere il mio lavoro. C’è anche l’ipotesi di aprire la scuola libertaria ai figli di altri, anche se per il momento non sono così convinta. Del resto le certezze non ci contraddistinguono: anche in questo bellissimo e affascinante percorso ci sono momenti di stanchezza, in cui ci si chiede se non si stia sbagliando tutto. Ma è proprio in quegli attimi in cui si pensa che non sta funzionando nulla, che emerge ancora più forte la voglia di trovare la soluzione. In effetti questo tipo di scuola ha continuamente a che fare con il problem solving“.

 

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