“Il razzismo sulla pelle dei miei figli, anche nei piccoli gesti”

Sono passati due anni dalla lettera inviata a Matteo Salvini con cui Gabriella Nobile, mamma di due figli adottivi, denunciava pubblicamente il rigurgito razzista in Italia. Oggi che la donna è in libreria con “I miei figli spiegati a un razzista” (Feltrinelli), la situazione non è certo cambiata: “Siamo sempre lì, purtroppo. Forse i toni si sono un po’ smorzati perché è cambiata la classe politica. Ma la sostanza è la stessa. Io devo ritenermi fortunata, in fin dei conti: vivo in una città come Milano e lavoro in un settore aperto di vedute, quello della moda e della pubblicità. Ma in certi piccoli paesi, davvero, molte famiglie vivono sua propria pelle la discriminazione”.
Per combatterla e raccontare, ce ne fosse ancora bisogno, la normalità della diversità, Gabriella ha fondato insieme ad altri genitori l’associazione “Mamme per la pelle”. Mamme che, descrive nel suo libro, vivono un senso di inadeguatezza difficile da comprendere da fuori: “Credo che tutte le madri sperimentino la sensazione di non essere all’altezza. Ma quando hai due bambini con la pelle di un colore diverso dal tuo, hai sempre la sensazione di non riuscire a rispondere al loro bisogno di sentirsi come te. Se in una famiglia di neri i bambini e i ragazzi imparano da subito a difendersi, in una famiglia come la mia si tende, io almeno l’ho fatto, a tenere i figli sotto una campana di vetro per proteggerli. Quando diventano autonomi, però, incontrano un mondo che non è in grado di occuparsi di loro. Tornassi indietro non rifarei alcuni errori dettati dall’ignoranza e li lascerei più liberi di essere se stessi, a volte vestiti male e a volte poco sorridenti ma comunque ragazzini come gli altri”.
Con Fabien, 14 anni, nato in Congo e Amelie, nove, originaria dell’Etiopia, Gabriella ha anche imparato che l’amore non basta: “Ci sono vuoti e ferite, nella storia dei figli adottivi, che richiedono molto altro. In generale, la parola chiave è rispetto: non abbiamo idea di quello che hanno vissuto e rispettare il loro passato, i loro tempi e le loro esigenze è fondamentale”. Ma di questo lavoro delicato e in punta di piedi, ben pochi sanno: “Il razzismo si nasconde anche nelle piccole cose, in gesti all’apparenza positivi e affettuosi come accarezzare la testa o stringere le guance di un bambino che non si conosce, solo perché è nero e ha la faccia buffa. Quando Amelie, un giorno, mi ha detto che le avrei dovuto legare i capelli perché tutti glieli toccavano come fosse una bestiolina, ho capito quanto sia necessario mettersi in ascolto. Sono i nostri figli a subire, sono i nostri figli a doverci insegnare come è meglio comportarsi. Invece, anche in televisione, capita di parlare di razzismo senza fare intervenire alcuna persona straniera”.
Gabriella, nel suo racconto, ribalta la prospettiva: non siamo per forza “noi”, sempre che esista un noi, a doverci adattare a “loro”. Basti pensare alle difficoltà che un bambino nato in un Paese africano può incontrare dal momento in cui viene catapultato in una realtà del tutto diversa: “Quando andai a prendere mio figlio in orfanotrofio, assistemmo alla messa di Pasqua, un’ora di canti e balli, di donne con i bimbi legati alla schiena o attaccati al seno. Io, così bianca e secca, devo essergli sembrata qualcosa di molto strano”. A distanza di anni, però, per Gabriella il Paese in cui sta facendo crescere i suoi ragazzi non fa rima con futuro e auto-determinazione: “Qui sembra davvero che una persona nera possa solo aspirare a fare il calciatore o il buttafuori. Ecco, io vorrei che i miei figli non si sentissero costretti ad andare all’estero per mancanza di possibilità. Vorrei, nel caso desiderassero emigrare, che fosse una scelta libera”. La svolta culturale, allora, è l’educazione allo sguardo: “Bisogna iniziare a guardare le persone per quelle che sono, usando l’anima e andando oltre un velo in testa, il colore della pelle o altri dettagli che non ci dicono se chi abbiamo davanti è buono o cattivo. Spero di potere andare presto nelle scuole, dove i bambini e i ragazzi sono ancora in tempo per impararlo”.

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