Marisa e il Covid: “Due mesi in ospedale, dall’isolamento una lezione di vita”

“Riabbracciare mia figlia è stato magico. Le dicevo sempre, quando ero ricoverata, che il giorno delle dimissioni mi avrebbe dovuto dare il tempo di una doccia, prima di corrermi incontro. Mi sentivo sporca, dopo così tanto tempo. E così ha fatto: mi ha aspettata in bagno, la vedevo fremere dal vetro. Ci siamo strette l’una all’altra che avevo ancora l’accappatoio addosso”.

Marisa Puzziferri, 35 anni, ravennate, nella vita direttrice di una filiale bancaria, è uscita due giorni fa dal Santa Maria delle Croci dopo una disavventura durata due mesi che fa rima con Covid ma non solo: «Nel mio caso il Coronavirus è stato l’aggravante di una patologia che mi porto dietro dal luglio 2019. Il due marzo ero in ufficio quando ho avuto un brutto episodio di cefalea accompagnato da due brevi paralisi al braccio e alla bocca. Mio marito mi ha accompagnata al Bufalini di Cesena, dove mi è stato diagnosticato un ingrossamento dei ventricoli del cervello. Il giorno dopo sono stata trasferita in ambulanza al Bellaria di Bologna, dove ero già seguita e dove sono stata sottoposta a un intervento chirurgico. Sono tornata a casa il nove marzo: il giorno dopo mio marito ha iniziato ad accusare spossatezza, male alle ossa. Aveva la febbre a 37 e mezzo, è durata due giorni. Abbiamo pensato al Covid, anche perché al Bellaria, nel piano inferiore a quello dove ero ricoverata, c’erano stati due casi. L’Asl ha deciso di non fargli il tampone ma ha continuato a monitorarlo telefonicamente fino a che, il 15, ho iniziato a stare male io”.

Anche se Marisa ha mal di testa e la febbre a 37 e mezzo, con il paracetamolo la situazione non migliora, anzi: “I sintomi sono peggiorati, è arrivata anche la nausea. Allora, su indicazione del medico che già mi seguiva, ho chiamato il 118. In pronto soccorso sono stata sottoposta a una Tac ai polmoni e al tampone, risultati entrambi negativi. Così sono stata rimandata a casa. Peccato che la mattina dopo, il mondo mi sia cascato addosso: l’Igiene pubblica, infatti, mi ha telefonato per dirmi che c’era stato un errore, il tampone dell’influenza era negativo ma quello del Covid no. Mi sono sentita male, in quel momento: avevo in programma una risonanza, avrei dovuto togliere i punti, ero reduce da un intervento eseguito in emergenza. Peggio di così non mi sarebbe potuta andare”.

Sebbene i medici optino per l’isolamento domiciliare, Marisa il 20 marzo accusa vomito e tachicardia: “Ho richiamato l’ambulanza e questa volta mi hanno trovato una polmonite e un ascesso cerebrale post-operatorio. Sono stata portata nel reparto di Malattie infettive a Ravenna, con una terapia che per le prime due settimane è stata davvero pesante tra antibiotici, cortisone e altri farmaci. Le flebo, ogni giorno, erano otto, alle quali si aggiungevano due pastiglie”. Nel frattempo né il marito né la figlia di quasi otto anni, che poi risulteranno entrambi positivi al Coronavirus, possono andare a trovare Marisa: “Al peggiorare del mio stato di salute si sono aggiunti il mio e il loro isolamento. Ho passato il tempo a leggere, a colorare mandala, a fare videochiamate con la mia famiglia e ad ascoltare e riascoltare i videomessaggi della mia bambina, che è stata la persona più forte in questa vicenda: è davvero incredibile come, così piccola, abbia avuto l’energia per darmi coraggio, rincuorarmi, farmi stare tranquilla”.

Il 21 aprile, quando Marisa viene dichiarata negativa al Covid, per precauzione viene trasferita in una stanza singola: “Non è stato facile fare passare le giornate e rimanere su di spirito. Ogni volta che prendevo in mano il cellulare leggevo di morti e ancora di morti. Tutto quello che facevo, anche leggere, mi sembrava inutile e privo di bellezza. Con mio marito e mia figlia abbiamo provato a parlarci tramite il citofono che c’era fuori dalla mia stanza, giusto per provare a sentirci più vicini. In realtà, la sensazione era quella di essere ancora più lontani. Nel frattempo, pensavo di essere in dirittura d’arrivo. Ma alla fine della quarta settimana di terapie, quando hanno provato a smettere con le flebo per passare alle cure per bocca, il mio fisico non ha retto. Abbiamo fatto un passo indietro, senza contare che mi è venuta anche un’embolia polmonare, che ora sto curando a casa con gli anti-coagulanti a basso dosaggio”.

Il 4 maggio per Marisa è stato un altro giorno da dimenticare: “I valori della transaminasi erano alti, il giorno dopo lo erano ancora di più. Ho davvero pensato che non sarei tornata a casa nemmeno questa volta. Invece, per i medici il fegato è semplicemente intossicato da due mesi di medicine. Ho avuto paura, lo ammetto, di farmi dimettere. Unito alla gioia, c’è stato il timore di dovermi aspettare altri peggioramenti. Ma sono stata rassicurata dal personale, che è stato il mio braccio destro in queste settimane: tra infermieri, Oss e medici, ho trovato dei veri angeli, sempre pronti a farmi stare serena”. Ora che è con la sua famiglia e si guarda indietro, Marisa è certa che il momento peggiore sia stato quello della diagnosi di Covid: “Sapendo di avere una patologia pregressa, ho davvero pensato di non farcela. Ma mi è subito stato detto di non avere paura ma solo di dotarmi di pazienza, perché la cosa sarebbe andata per le lunghe”.

Anche se è ancora fresca di questa sua disavventura, Marisa è già certa di avere imparato molto: “Sono stata in stanza con una signora di 88 anni con il Covid e il marito ricoverato, per lo stesso motivo, in Rianimazione. Mi ha detto, testuali parole, che ci avrebbe messo la stessa ‘carogna’ di una tredicenne, nell’affrontare la malattia. E che non gliel’avrebbe data vinta. Una lezione di vita, per me che mi ero scoraggiata. Quando poi sono stata messa in una stanza singola, ho fatto davvero i conti con me stessa: la mia vita, in quei momenti, mi è sembrata avere un valore più grande di quello che le avevo dato prima. E ho capito che le cose, semplicemente, accadono: non c’è sempre un perché. Bisogna solo imparare ad affrontarle”.

Marisa oggi è convinta che quando tornerà alla routine, la sua vita sarà già cambiata: “Darò valore al quotidiano, al fatto di poter fare colazione a casa, al tempo passato con mia figlia. La felicità oggi non è per forza la carriera, la straordinarietà. La felicità è anche una videolezione della mia bambina, un pranzo in famiglia, le cose piccole o quelli che per altri possono sembrare problemi”.

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