Samantha Cristoforetti: “Mi preparo per lo spazio. Per mia figlia non sarà solo un distacco”

Il conto alla rovescia non lo ha ancora cominciato. Ma Samantha Cristoforetti, la prima astronauta donna di nazionalità italiana a effettuare un volo spaziale, nonostante le incertezze sui tempi guarda già alla prossima missione nella stazione spaziale internazionale: “Non sappiamo ancora quando sarà – ha raccontato ieri davanti a centinaia di persona al Teatro “Diego Fabbri”, dove la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì la invitata a presentare il suo “Diario di un’apprendista astronauta” (La Nave di Teseo) – ma spero, per la fine del 2022, di poter tornare alla mia seconda casa“.

A differenza della prima volta, quella tra il 2014-2015, al prossimo lancio Cristoforetti dovrà fare i conti con il distacco dalla figlia Kelsey Amal, tre anni, nata dalla relazione con l’ingegnere aerospaziale francese Lionel Ferra: “Durante la missione ‘Futura’ sono rimasta nello spazio 199 giorni e c’è da pensare che la prossima durerà per un periodo altrettanto lungo. Io sono grande e saprò gestire le mie emozioni. Dovremo, invece, preparare al meglio lei. Al momento non mi preoccupo troppo: io che prima di diventare mamma non sapevo nulla di bambini, in questi anni ho imparato che proprio quando pensi di averci capito qualcosa, è il momento in cui devi ricrederti. Certo, in famiglia cercheremo di affrontare quel momento al meglio, con l’idea che non sarà necessariamente qualcosa di negativo per lei perché avrà modo di essere coinvolta in prima persona in una straordinaria avventura“.

Sei anni fa, per Cristoforetti, la preparazione è durata due anni, con una tappa lunga nella cosiddetta “Città delle stelle”, il centro di addestramento russo degli astronauti: “Lì ho affrontato la parte più dinamica e rischiosa. Ho in mente due ricordi, uno negativo e l’altro positivo. Il primo è l’esame che mi doveva qualificare per le passeggiate spaziali: io sono un metro e 65, quando mi hanno infilato la tuta era enorme rispetto al mio corpo. Durante l’esame mi hanno dato un compito da svolgere in un’ora mezza ma io ho impiegato due ore e 35 e ho dovuto ridare l’esame. Ma ho in mente anche la particolare atmosfera di quella città nascosta nelle foreste di betulle a nord di Mosca: il tempo sembrava ciclico, non lineare. Arrivare lì è stato come esserci già stati ed essersi semplicemente inseriti nel cerchio”.

Davanti alle curiosità del pubblico sulla vita nello spazio, Cristoforetti ha raccontato che sentiva la mancanza della doccia, che nelle cuccette della stazione spaziale, grandi come vecchie cabine telefoniche, lei preferiva dormire fluttuando e non agganciandosi a cavi elastici come alcuni colleghi e che il cibo che più desiderava era quello fresco, come l’insalata con la mozzarella, i pomodorini e l’olio extravergine d’oliva: “Ma di apprezzabile c’era che non si doveva fare la spesa, cucinare, lavare i piatti”. Dura, invece, la riabilitazione al rientro: “Rimanere sei mesi in assenza di gravità, non sentendo il peso del proprio corpo, significa che quando torni devi riprendere confidenza con te stesso. Ricordo ancora che al rientro, prima di uscire dalla navicella, sono caduta perché non sono nemmeno stata in grado di dosare la forza muscolare per spostarmi dal sedile. Anche l’equilibrio, per una settimana, è stato precario. Senza contare che il sistema cardiovascolare, per riabituarsi alla forza di gravità, ci mette un po’: i primi giorni ero talmente stanca che dormivo di continuo”.

Ma la paura, per Cristoforetti, non c’è mai stata: “Pensavo di avere almeno un momento di apprensione durante il lancio. Invece ero così felice, così al posto giusto nel momento giusto e così a mio agio con la preparazione, ho vissuto tutto con tranquillità. Se non fosse uscita quella selezione dell’Agenzia spaziale europea, sarei rimasta nell’Aeronautica a fare il pilota militare. Invece ero sul Sojuz, diretta nello spazio”. 

 

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