Il pedagogista: “Grembiule obbligatorio nelle scuole? Inutile”

Secondo Ernesto Sarracino la proposta del ministro dell’Interno non servirebbe a nulla: “I bambini non vanno addestrati ma educati”

In seguito alla proposta avanzata dal Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in merito alla reintroduzione obbligatoria del grembiule in tutte le scuole, è lecito chiedersi, anche solo per mera curiosità a prescindere dal colore politico, se sia utile o meno farlo indossare agli alunni da un punto di vista educativo e disciplinare. Ernesto Sarracino, pedagogista attivo nel territorio ravennate risponde “tendenzialmente no” e che“i bambini non hanno bisogno di essere tutti uguali, perché in fondo nessuno di noi lo è. Abbiamo stessi diritti e doveri, stesse opportunità ma ognuno è una persona, un individuo. In rari casi di esperienze particolarmente sporchevoli può invece essere utile”.


Dottor Sarracino, qual era la funzione del grembiule nel passato?
“Sicuramente era una necessità direi economica. Gli abiti non dovevano sgualcirsi e il grembiule proteggeva da tutto. In passato si vedevano contabili con maniche di protezione della camicia o i grembiuli per lavori relativamente sporchevoli.”

Questa funzione come si è evoluta nel tempo?
“Il grembiule era anche una forma di “disciplina” e controllo: tutti uguali! In alcuni casi è nata come atteggiamento di “democrazia sociale”: visto che siamo tutti uguali vestiamoci allo stesso modo. Una sorta di divisa, che è sfociata nei regimi totalitaristi come un segnale di forte controllo (di nuovo). Ricordiamoci che la divisa, quindi anche il grembiule, sono atteggiamenti alla base dei totalitarismi, lo era nell’epoca fascista, nella Cina comunista, nel regime coreano e altri ancora.”

Lo considera utile nella scuola di oggi?
“Direi tendenzialmente di no. Oggi gli abiti non sono così un bene prezioso da preservare, i bambini e le bambine giocano tranquillamente, anzi forse si sporcano troppo poco al giorno d’oggi. Non abbiamo bisogno di essere tutti uguali, perché non siamo tutti uguali. Abbiamo stessi diritti e doveri, stesse opportunità (non sempre) ma ognuno è una persona, un individuo. In rari casi di esperienze particolarmente sporchevoli, può invece essere utile.”

Salvini parla di ripristinare l’ordine e la disciplina nelle scuole e che rendere obbligatorio il grembiule, dopo aver reintrodotto anche l’insegnamento dell’educazione civica, può portare verso questa direzione. Lei cosa ne pensa?
“Salvini ha ragione, il grembiule aiuterebbe a ripristinare ordine e disciplina, ma il discriminante è decidere se i bambini e le bambine sono animaletti da addestrare o persone da educare. Nel primo caso terrore e disciplina sono utili, ma li addestriamo, non rendiamo una generazione consapevole, solo intimorita. Nel secondo caso educhiamo al rispetto delle regole e a capirne l’importanza: è un percorso di autorevolezza e non di autoritarismo. È un cammino che porta alla consapevolezza e al rispetto di regole delle quali si comprende il significato e non perché ho timore delle conseguenze.Insomma le persone, fin da piccole, possono imparare e non essere addestrate: un adulto va piano in auto perché sa che è pericoloso per sè e soprattutto per gli altri, non perché è terrorizzato dalla multa (che è un deterrente, ma non il principio della regola)”.


Pensiamo all’ipotesi che il grembiule ritorni obbligatorio: in questo caso, bisognerebbe averne uno per i maschi e uno per le femmine?
“Assolutamente no, dividere il genere non porta a nulla. Non parlo di femminismo o di emancipazione, noi esseri umani siamo tutti diversi indipendentemente dal sesso e dalle tendenze sessuali: dividere il mondo in due categorie (maschile e femminile) non porta a nulla, anzi divide”.


Dal punto di vista dei bambini, secondo lei, cambierebbe qualcosa nell’indossare un grembiule? E per gli insegnanti?
“Cambia eccome! Avere la divisa è completamente diverso che esprimere la propria individualità. Per gli insegnanti dovremmo chiedere a loro, a mio parere non cambia nulla”

Un emendamento approvato dalla Camera propone l’abrogazione delle note disciplinari alle elementari. L’emendamento abrogherà in questo modo un regio decreto del 1928, che prevedeva, in base al comportamento del bambino punizioni che andavano dall’ammonizione, alla nota sul registro con comunicazione scritta ai genitori. Lei cosa ne pensa?
“Sicuramente è importante mantenere un legame comunicativo fra scuola e famiglia, ma togliere note e punizioni rende merito all’autorevolezza a scapito dell’autoritarismo, quindi ben venga questa abrogazione.”


Quindi, stando alla sua risposta, non sarebbero poi così tanto utili all’educazione e alla crescita dell’alunno…
“Sì non servono a nulla. La regola va interiorizzata, ne va capito il motivo e il pensiero che la sottende, e i bambini/e con il pensiero riflessivo possono farlo, non attraverso il terrore o il timore della punizione, ma stimolando le parti emotive positive, che muovono atteggiamenti e comportamenti riflessivi. Arrivando poi a definire sanzioni (adeguate) in caso di trasgressione, che deve essere compresa nel pacchetto degli apprendimenti.”

A scuola oggi si parla spesso di “corresponsabilità nell’educazione” e cioè di una maggiore collaborazione tra scuole e famiglie. È davvero possibile e da dove bisogna partire?
“Sicuramente è possibile. Si deve partire da una scuola disponibile e responsabile, che partendo dalla propria professionalità elevata traccia il solco del percorso educativo e si mette a disposizione delle famiglie. Dire che non ci sono più i genitori di una volta non ha senso, siamo qui ora! Si può educare il rapporto scuola famiglia, lo si può far crescere e consolidare, dipende dalla scuola e dalle insegnanti. Io, ad esempio mi occupo di laboratori pratici, come “Riciclonda”, dove coinvolgo i genitori per costruire barche con materiali riciclati. È un ottimo esercizio di aggregazione e di educazione al rispetto e al riconoscimento della professionalità della scuola, ma alcuni docenti lo vedono come un peso, un lavoro in più, non capendone l’utilità e il tempo cha fa poi risparmiare in termini di relazione con le famiglie”.

Erika Digiacomo

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