“Io, mamma di un Hikikomori, vi racconto l’inferno che abbiamo vissuto”

Si può essere disgrafici e discalculici, quindi avere una diagnosi di Dsa, ma avere anche un quoziente intellettivo così alto da rientrare tra i plusdotati. Un binomio che nel caso di un ragazzino romagnolo è stato, dalle elementari in poi, a dir poco esplosivo. Giovanni (lo chiameremo così) da un anno a questa parte non ce l’ha fatta più e nei mesi successivi al suo ritiro da scuola, per usare un’altra definizione, è stato un Hikikomori, ovvero un ritirato sociale, lontano non solo da lezioni e compiti in classe ma anche da amici, sport, uscite: “Mio figlio, che adesso ha sedici anni, non si è mai rinchiuso solo nella sua stanza. Per lui l’isolamento riguardava tutta la casa. Dalla quale, però, non metteva mai fuori il naso, relazionandosi solo con me e mio marito e rimanendo ore e ore su Internet”.

(Foto d’archivio)

Ed è proprio la mamma a raccontarci l’inferno vissuto fin da quando Giovanni era molto piccolo. Un inferno fatto non solo di diagnosi tardive, interventi sbagliati e psicologi arrendevoli ma soprattutto di un contesto scolastico incapace di capire, accogliere, aiutare: “Smontando il cliché secondo il quale gli Hikikomori sono figli di genitori distratti e che non tengono più di tanto allo studio, posso dire che abbiamo sempre seguito nostro figlio con attenzione, accorgendoci già alla scuola dell’infanzia che c’era qualche problema con il pre-grafismo. Giovanni era sempre stato una forza della natura: attento, curioso, simpatico. Un bambino invidiabile per il quale però, ben presto, sono iniziati i guai. Perché la fatica che faceva, avendo un disturbo specifico dell’apprendimento, veniva negata. Per tre anni, alle elementari, è stato addirittura sottoposto a un programma di rieducazione alla scrittura che lo ha fatto arrivare alla quinta esausto”.

In prima media, anche in concomitanza con la diagnosi, Giovanni ha un tracollo: “Veniva da cinque anni di elementari nei quali aveva subito un carico di lavoro enorme. Non riusciva più a compensare e poco a poco ha iniziato a non andare bene, un’assurdità se si pensa che già a quell’età, per piacere, leggeva una media di 500 pagine alla settimana. Abbiamo anche scoperto la presenza di un problema di ipersensibilità acustica e di una difficoltà nella coordinazione visivo-motoria. Fatti documentati che però non portavano ad alcuna forma di aiuto all’interno della scuola. E così, oltre a essere rifiutato dai compagni e a chiudersi in camera al buio quando tornava a casa, ha preso ad accusare continui mal di pancia, una evidente somatizzazione che però ci ha molto spaventati”.

Grazie anche all’aiuto di alcuni amici di famiglia insegnanti che confermano come il ragazzo sia preparato e riesca nello studio, nonostante la bassissima autostima, Giovanni passa l’esame di terza media e si iscrive a un istituto tecnico. Dove le difficoltà ricominciano e si fanno ancora più grandi: “Il primo problema è stata la posizione del banco: a sessanta centimetri dalla Lim, che a sua volta a era a dieci centimetri dalla finestra. Mio figlio non riusciva a compensare dal punto di vista dell’accomodazione visiva. E sono iniziati per lui dei terribili mal di testa”.

Ma ben presto Giovanni diventa anche vittima di prese in giro, furti di soldi e materiale scolastico, tentativi continui di isolamento da parte della classe: “Gli episodi spiacevoli sono stati diversi, tra cui un tema sulle adozioni da parte delle persone omosessuali che gli ha fatto fare una bellissima figura davanti all’insegnante ma dopo il quale ha iniziato a essere etichettato dai compagni come ‘gay’. Abbiamo tentato i test per la plusdotazione a Genova ma avendo una depressione a rischio suicidale, si è preferito rimandare. Con la scuola le abbiamo tentate tutte, compresa la richiesta di riconoscerlo come Bes (bisogni educativi speciali, ndr), davanti alla quale ci hanno risposto che non aveva mica la leucemia. A febbraio del primo anno, dopo l’ennesima verifica di matematica senza calcolatrice, che è suo diritto, è crollato. Quel giorno, oltretutto, aveva una cefalea lancinante”.

Per tre mesi Giovanni lascia la scuola, continuando però a ripetere che non era colpa sua, se le cose erano andate così: “Per non perdere l’anno, a maggio ha tentato di tornare, incontrando in dieci incontri organizzati ad hoc i suoi professori, che lo avrebbero dovuto informare sulle modalità del recupero. Fatto sta che gli hanno proposto trenta verifiche in due settimane, una pugnalata che non ha retto. Ricordo che diceva che non avrebbe più messo piede a scuola, chiedendosi che cosa volessero gli insegnanti da lui”.

Dopo aver perso il primo anno, la famiglia cambia scuola e si informa sulla possibilità che Giovanni studi a casa e si presenti in classe solo per i compiti in classe: “La scuola ha acconsentito, aggiungendo però cinque ore obbligatorie alla settimana di laboratori. La situazione è andata avanti bene fino a dicembre, quando nonostante la documentazione clinica, la vicepreside prima di Natale ha provato a dirne a mio figlio di tutti i colori, incalzandolo sul fatto che non doveva stare a casa da solo, che a scuola nessuno lo avrebbe mangiato, che così facendo stava conducendo una vita senza senso e minacciandolo che sarebbe stato presto punito”. Quando Giovanni torna a scuola, anche a causa dei microfoni utilizzati da alcuni professori, iniziano gli acufeni: “Abbiamo poi scoperto che mio figlio prova dolore uditivo a partire dai 45 decibel, cosa che rende l’ambiente scolastico fonte di grande sofferenza”.

Da un anno, dunque, Giovanni a scuola non va più: “Dopo tre mesi di isolamento totale, da un po’ ha ripreso a leggere e ad andare in palestra. Non ha nessuna interazione con i compagni, si definisce un asociale. Aveva azzerato i desideri per proteggersi, ora sta ricominciando a manifestarli. Non so bene cosa aspettarmi dal futuro, certo sono sfiduciata dalla qualità della scuola. Non so bene se mettere in conto che possa volere, un giorno, tornare. Credo di essere andata, in questi anni, ben oltre questa ipotesi”.

Per dare sostegno alle famiglie che sono in una situazione simile a quella di Giovanni, si dovrebbe presto costituire un gruppo romagnolo di genitori che fanno capo all’associazione Hikikomori Italia: “In Emilia-Romagna già ne esistono due che si ritrovano a Bologna e a Parma-Reggio Emilia. Questa volta è stato l’interessamento del Comune di Forlimpopoli a rendere percorribile una nuova strada”. Il 16 febbraio, proprio a Forlimpopoli, è in programma il convegno sul tema “La mia vita in una stanza”.

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Commenti:

  1. Rivivo in queste parole la sofferenza di mio figlio,dall’asilo al diploma. Purtroppo la scuola è totalmente inadeguata a fronteggiare la diversità. Essere diversi non significa essere inferiori,ma i meccanismi che scattano finiscono per emarginare chi non è conforme allo standard.

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