Essere stranieri a scuola: “Domande scomode e programmi eurocentrici”

“Ho fatto pace con me stessa solo in terza superiore”. Greis Cipi, 19 anni, è una delle studentesse che sabato, al Forum dell’immigrazione organizzato a Faenza dal Comune e dalla Consulta dei cittadini stranieri sul tema della multiculturalità a scuola, ha portato la sua testimonianza: “Sono albanese e ho la cittadinanza da quando mio padre, dopo dieci anni di residenza, l’ha ottenuta. Per me cittadinanza significa responsabilità e facoltà di scegliere chi mi rappresenta. Non ho mai avvertito grandi discriminazioni a scuola ma non è facile sentirsi in bilico tra due culture. A favorire la mia integrazione è stata senz’altro la mia famiglia: ricordo giornate intere a ripetere le lezioni di storia e geografia insieme ai miei genitori. Il loro interesse per il mio andamento scolastico è stato senz’altro d’aiuto”.

Oggi Greis studia Fisica all’Università mentre l’ex compagna Irene Gentilini si è iscritta a Ingegneria Informatica: “La prospettiva eurocentrica che domina nel sistema scolastico italiano non è d’aiuto. Credo che a creare muri e a non favorire l’accoglienza degli stranieri sia anche il fatto che la storia di alcune parti del mondo, come l’Africa, non venga assolutamente studiata. Conoscere le altre culture, cosa che se fossi un’insegnante potenzierai anche attraverso uno studio molto più vasto e approfondito delle lingue straniere, è secondo me fondamentale per interessarsi all’altro e non discriminare”.

Discriminazioni che Imane Rachyd, 18 anni, al quinto anno del liceo linguistico, ha riportato eccome: “Sono marocchina e ormai stanca di sentirmi ripetere le stesse domande da quando sono piccola: perché mia madre ha il velo e io no, perché prego cinque volte al giorno, perché non mangio la carne di maiale. Domande che non vengono mai poste nella maniera giusta e con la sensibilità e l’attenzione che richiederebbero”. Imane insegna anche italiano agli stranieri alla sede faentina della scuola Penny Wirton: “Un’esperienza che mi dimostra come lo stereotipo dello straniero svogliato sia infondato: incontro persone molo vogliose di imparare la lingua per integrarsi”.

E l’integrazione è stata sempre il primo pensiero di Deborah Abara, 17 anni, in quarta al liceo scientifico. Nata in Israele e vissuta fino ai cinque anni in Nigeria, ha raccontato come non sia necessario rinunciare a un pezzo delle proprie origini e della propria storia per stare bene in un altro Paese: “L’identità non è statica, evolve di continuo. E non procede per sottrazione: io non ho perso nulla, semmai ho aggiunto. Non sono nigeriana? Meglio, sono italo-nigeriana”. Per i genitori, la questione è stata meno facile che per lei: “L’inserimento scolastico, per loro e per me, non è stato automatico ma credo che l’abbiamo superato egregiamente. Fa male, certo, sentire associare ai nigeriani gli stessi luoghi comuni di sempre criminalità, prostituzione. Pregiudizi molto tristi. Del resto, qualunque pregiudizio è per definizione triste”.

In questo articolo ci sono 0 commenti

Commenta

g