La giudice: “Quanti pregiudizi verso le donne nel mondo della magistratura”

Già con il libro “La giudice. Una donna in magistratura”, Paola Di Nicola aveva messo in chiaro quanto sia importante, per combattere gli stereotipi di genere, iniziare dal linguaggio. Un pensiero che ha fatto proprio durante la sua carriera in magistratura e che analizza nel nuovo libro “La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio” che presenterà sabato 17 novembre dalle 10 alle 12 al Grinder Coffe Lab di Ravenna (via di Roma 178) all’interno della rassegna “Una società per relazioni”.
Paola, nel libro sostiene come sulle decisioni e sulle sentenze pesino molto i pregiudizi verso le donne e che quando c’è un caso di violenza, si tende a pensare che la donna stia esagerando i fatti, se non mentendo. Pensa che darà fastidio, nei suoi ambienti, un libro come questo?
“Penso che farà riflettere e mi auguro che generi un dibattito. La mia speranza è che possa portare a un’autocritica volta al miglioramento del servizio giustizia dal punto di vista culturale e non solo prettamente tecnico. Sono ottimista: voglio escludere che ci sarà un muro di silenzio davanti ad argomenti importanti come quello che tratto. La magistratura lavora quotidianamente con le vite delle persone ed è quindi tenuta, per definizione, ad avviare e approfondire un lavoro di scavo”.
Perché è così difficile indossare, come lei descrive, “lenti di genere”?
“Perché indossarle significa ammettere di non vedere, vuol dire riconoscere la propria inconsapevolezza, il proprio limite. Per un’istituzione che ha un mandato nei confronti del popolo italiano, è un’ammissione di colpa non da poco, una sorta di contraddizione rispetto al principio di imparzialità. Insomma, è più facile portare avanti quello che si è sempre fatto e continuare ad aderire a una visione non sempre sufficiente e non sempre coerente”.

Paola Di Nicola

Il discorso della rivoluzione del linguaggio come si inserisce in tutto questo?
“Il mio è un mestiere nel quale le parole sono importanti, se non centrali. Il processo usa le parole attraverso le domande e le risposte, la sentenza attraverso la scrittura. Le parole, in questo senso, danno forma alla vita delle persone. I giudici e le giudici, con le loro decisioni, scrivono la storia delle persone e allo stesso del Paese, fornendo una lettura dei fenomeni, sociali e culturali. Allora se le parole sono deformate, stereotipate, giudicanti o al contrario pulite e attinenti ai fatti, la differenza è notevole”.
Ci fa un esempio?
“Scrivere in una sentenza che una donna è appariscente è un disvalore, scrivere invece che ha i capelli rossi è un fatto oggettivo. Allo stesso modo, se uso il femminile per ispettrice, direttrice di carcere o commissaria di polizia, riconosco un ruolo, fisso una regola”.
Questi cambiamenti culturali sono sempre condivisi da chi ne dovrebbe giovare di più, ovvero dalle donne?
“Purtroppo no. La cultura sessista è talmente pervasiva da appartenere in certi casi anche alle donne, alle quali capita di cadere a loro volta nello stereotipo. In certi ambienti, come quello della magistratura, le donne per farsi spazio hanno dovuto ‘fare gli uomini’ e temo che questo habitus sia inconsapevolmente rimasto. Perché se per farti riconoscere devi vestire un abito non tuo, può capitare che tu diventi più corrispondente allo stereotipo di quanto lo sia un uomo”.

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