Dino Amadori: “Quando da bambino dissi a mia madre che avrei combattuto il cancro”

L’oncologia non esisteva, quando Dino Amadori era un bambino. E il cancro era molto più misterioso di oggi. Quel che è certo è il professore, già da piccolo, aveva scelto di combatterlo facendone un mestiere e, nei fatti, la sua vita. Questa sera alle 20,30, nella sala convegni della Fondazione Cassa-Monte di Lugo (via Manfredi 10) il fondatore dell’Istituto Oncologico Romagnolo (correva l’anno 1979) presenterà la sua biografia “Anima e coraggio – La mia vita contro il cancro” (editrice Minerva), che non sa solo di ospedali e chemioterapia ma che pullula di umanità.
Professore, lei ha annunciato alla tenera età di sette anni, a sua madre, che si sarebbe occupato di cancro. Che cosa la “affascinava” del cosiddetto “brutto male”?
“Ciò che mi affascinava era l’aura di mistero e silenzio, quasi di omertà, che circondava la malattia. Mentre si parlava tranquillamente di patologie quali infarto o ictus, quando una persona del paese in cui sono nato si ammalava di cancro o moriva nessuno ne parlava: era come un lutto pre e post mortem. Il senso di impotenza nei confronti di ‘quella roba lì”’era una cosa che mi incuriosiva e che decisi di combattere prima ancora di sapere effettivamente di cosa si trattasse”.
Da medico ma soprattutto da uomo, come ha vissuto durante la sua carriera, e come vive oggi, il legame tra infanzia e cancro?
“La prima reazione che ho sempre avuto e che sempre avrò è quella di trovarmi di fronte ad una grandissima ingiustizia: quando il tumore colpisce un bambino, una vita che sta nascendo, che sta crescendo, che si sta formando, non puoi non provare una forte frustrazione. Di conseguenza occorre un atteggiamento di grande attenzione verso le problematiche che riguardano le neoplasie infantili: non dimentichiamo d’altronde che quando un figlio si ammala non è l’unico a soffrirne, ma è tutto il sistema famiglia che viene colpito. Il coinvolgimento dei propri cari in quel caso è totale. Per questo motivo occorre sempre cercare di offrire al ragazzo in primis, e alla sua famiglia in generale, il massimo della positività, realizzando reparti che si prendano cura a 360° del paziente, con servizi fondamentali come il supporto psicologico. Ad ogni modo, non dimentichiamo che fortunatamente grazie ai progressi scientifici la maggior parte dei tumori infantili può guarire: saper di poter fare la differenza in questo senso aiuta ad alleggerire la frustrazione e il senso di ingiustizia”.
Che differenza c’è tra un malato oncologico di oggi e un malato oncologico di cinquant’anni fa?
“Il malato oncologico di cinquant’anni fa non capiva nemmeno come chiamare la patologia che aveva: nella maggior parte dei casi il tumore di cui soffriva era quasi sconosciuto, ed anche laddove la diagnosi fosse stata corretta sovente mancavano i mezzi di cura. Di conseguenza il paziente rappresentava una sorta di corpo estraneo al sistema, emarginato in attesa dell’inevitabile fine. Quello di oggi è al contrario un malato che conosciamo bene, che sta subendo sicuramente l’attacco di una patologia molto grave ma per cui quasi sempre abbiamo a disposizione varie possibilità di cura e di guarigione. Si tratta di una situazione molto diversa. Essendo aumentato il dato riguardante la sopravvivenza, quello di oggi è un paziente più informato e maggiormente attento a tutte quelle questioni legate alla qualità di vita: anche perché le cure sono efficaci non solo sulla malattia ma anche sui suoi sintomi, sul dolore e sulla sofferenza”.
Qual è il vantaggio e lo svantaggio di essere stato tra i pionieri dell’oncologia?
“Il vantaggio è sicuramente quello di aver accolto le prime conquiste e i primi passi avanti come elementi di incredibile gratificazione personale e professionale, oltre ad aver rappresentato probabilmente la maggior spinta e motivazione ad arrivare ad averne presto altre. Il lato negativo è che purtroppo non potrò vedere quello che ritengo succederà nel prossimo futuro: penso sia un momento di grande fermento, la ricerca scientifica sta ottenendo risultati estremamente positivi, che porteranno piano piano a dare scacco matto a questa malattia”:
Qual è stata la rivoluzione portata dallo Ior?
“Ritengo la parola ‘rivoluzione’. quantomai calzante. Lo Ior non ha solamente portato con la sua presenza nuove risorse tecnologiche e mezzi terapeutici alle Oncologie del territorio, rendendo pertanto i loro standard qualitativamente molto elevati, tali da poter poi rappresentare la base per la nascita di una struttura d’eccellenza a livello nazionale come l’IRST. L’aspetto che più mi piace sottolineare, e che maggiormente fa capire la portata di questa rivoluzione, è come lo Ior sia passato dall’essere una semplice associazione, una Onlus, ad un vero e proprio movimento popolare con una presenza capillare sul territorio in cui si trova ad operare: la forza dei messaggi culturali e scientifici che ha veicolati è stata tale che il popolo non ha solo recepito il messaggio ma ne è partecipe e lo ricondivide”.
Al tumore ci “si abitua” o no, da medico?
“Se un medico si abitua al cancro, allora è meglio che cambi mestiere. Abituarsi significherebbe non cogliere l’aspetto più umano del paziente che ne soffre: a risentirne sarebbe soprattutto il rapporto che il malato ha col suo dottore, e non si potrebbe verificare quell’alleanza terapeutica fondamentale per un percorso di guarigione così lungo e delicato. Il medico non può e non deve abituarsi: deve mantenere una giusta pregnanza empatica verso la persona di cui si prende cura, non dimenticando però di portare avanti anche un’attività di ricerca che porti un giorno alla cura definitiva per questa malattia, e anche per evitare di bruciarsi all’interno della patologia che segue. Dico sempre che l’oncologo deve approcciarsi alla propria professione con estrema umiltà, perché per quanto competente la quota di pazienti inguaribili è ancora alta: non si può peccare di presunzione quando sappiamo che la nostra opera, per quanto importante, non risolve il 100% dei problemi di cui si occupa”.
L’IRTS, la ricerca, la prevenzione, le diagnosi precoci, i volontari, gli hospice: cosa resta ancora da fare?
“Resta ancora da fare un importante lavoro sul territorio, per venire incontro alle nuove fragilità legate anche alla società in cui ci troviamo e alle nuove sfide che i progressi scientifici e medici ci impongono. Aumentando sempre di più coloro che sopravvivono e superano la malattia, aumentando gli anni di sopravvivenza, aumentando le possibilità di cronicizzare il tumore, occorre offrire nuovi progetti di riabilitazione affinché questi pazienti o ex pazienti possano reinserirsi nel modo migliore all’interno della società. Secondo me serve una sorta di riabilitazione sia da un punto di vista fisico che psicologico: oltre a continuare a mantenere standard di qualità elevati per i servizi gratuiti che offre al malato oncologico, ritengo sia questa la sfida più importante che si troverà ad affrontare l’Istituto Oncologico Romagnolo nei prossimi anni”.

 

La serata sarà condotta da Manuel Poletti, direttore del settimanale Setteserequi. Il libro potrà essere acquistato con una offerta minima di 15 euro. Il ricavato sarà interamente devoluto a sostegno dei progetti scientifici di lotta contro il cancro portati avanti dall’Irst e dei servizi d’assistenza gratuita a favore dei pazienti oncologici della Romagna. La serata è organizzata dall’Istituto oncologico romagnolo in collaborazione con la Fondazione Cassa di risparmio e Banca del monte di Lugo e Crédit Agricole, con il patrocinio del Comune di Lugo. Per ulteriori informazioni, contattare lo Ior al numero 0545 32033 o 331 1307640, email info@ior-romagna.it.

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