Porto 15, vivere in un co-housing pubblico: “Ecco i vantaggi”

Gli abitanti di Porto 15

“Abbiamo due bambine, non siamo di Bologna e i nonni sono lontani. Quando abbiamo saputo di Porto 15, ci siamo subito entusiasmati”. Federico Palmas, 36 anni, è uno degli inquilini del progetto di co-housing pubblico voluto dal Comune di Bologna e realizzato in un immobile dell’Asp. Il trilocale in cui da agosto vive insieme alla compagna e alle loro bambine di nove e tre anni, con i suoi 55 metri quadri, basta e avanza. Perché gran parte della vita degli abitanti del condominio si svolge negli spazi comuni: la sala usata per le proiezioni, lo yoga e i giochi per i bambini, la stanza per i pranzi di gruppo e le riunioni, lo spazio comune dove un collettivo di artisti sta ultimando il murale che sabato 12 maggio, durante l’evento “In Porto. Giornate dell’abitare collaborativo”, verrà mostrato alla città: “Abbiamo a disposizione anche il piano interrato dove abbiamo deciso di ridurre al minimo le cantine personali per realizzare una lavanderia, un’area destinata alla dispensa comune, una piccola falegnameria, una zona per le biciclette e un’officina“.

Lavori in corso per realizzare un murale tematico
L’assemblea dopo l’ingresso dell’agosto scorso

Sono diciotto i nuclei che hanno superato la selezione iniziale e che sono arrivati in fondo al processo partecipativo necessario per capire e fare proprio un modo di vivere e abitare senz’altro diverso dal solito: “Un conto è l’eccitazione iniziale che molti dei quaranta nuclei che hanno iniziato il percorso hanno mostrato, un altro conto è costruire davvero il co-housing. Qui non si sceglie con chi andare a vivere, molti forse non avevano messo in conto la fatica e l’impegno che comportava e comporta fare una scelta del genere. Siamo anche molto impegnati sulla dimensione pubblica, partecipando a eventi anche a nome dell’associazione che abbiamo creato, per restituire alla gente il vantaggio di vivere questa esperienza”.

Federico, dal canto suo, non ha mai avuto momenti di scoraggiamento: “Oggi sperimento tutti i vantaggi della nostra decisione. Sapere che fuori dalla nostra famiglia ci sono tante persone di cui fidarsi e a cui potersi affidare per coltivare relazioni di vicinato vere e affettive è bellissimo. Senza contare i risvolti pratici che tutto questo alla fine ha, quando per esempio non hai nessuno a cui lasciare le bambine. Loro sono molto felici di vivere a Porto 15: corrono sempre ad abbracciare gli altri co-houser, scendono di sotto a fare i compiti e a giocare con le amiche. Le più grandi possono andare negli spazi comuni da sole, senza che ci sia un adulto”. E anche per chi non ha figli, la dimensione sociale si tocca con mano: “Avere costruito un rapporto solido torna utile in molti casi. Non solo per chiedere lo zucchero ma anche, per esempio, per trovare qualcuno che dia una mano ad aggiustare la bicicletta”.

Sono tre, a Porto 15, le tipologie di appartamento: i trilocali, tre dei quali abitati da famiglie con figli e uno dei quali abitato da un gruppo di amici con la sindrome di Down inseriti in maniera paritaria tra gli altri vicini; nove monolocali dove vivono prevalentemente single; appartamenti con una camera da letto dove risiedono nuclei diversi come una ragazza con un figlio in un caso e due fratelli nell’altro. In tutto ci sono sette bambine. 

Essendo un esperimento pilota e pubblico, il futuro del co-housing bolognese è tutto da scrivere: “Possiamo rimanere qui per otto anni pagando un affitto calmierato. Poi, dovrà esserci un turnover. Questo è un progetto che crescerà dopo di noi”:

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