Nato di sei etti e dichiarato morto tre volte. Matteo ora ci ride su: scrivendo

Tetraparesi spastica grave. Eppure Matteo Premi, di Castelfranco Emilia, è stato il primo ragazzo con una patologia di quel livello a prendere il diploma in Emilia-Romagna. Non in una scuola facile ma al liceo classico, dal quale è uscito con 84/100. E non è un caso se oggi, grazie all’aiuto di Maria Chiara Oltolini, è anche l’autore di un libro, “MPE. Sulle ruote me la rido” (San Paolo Edizioni) nel quale ha raccontato con ironia la sua storia. Lo ha fatto con il joystick che usa, al computer, per scrivere, studiare, ascoltare musica: “Da quella irlandese a quella sarda, passando per Cristina D’Avena e i maggiori cantautori italiani fino ai Queen, si può dire che mio figlio ascolti di tutto. Tranne il rap e Gigi D’Alessio”. A parlare è la mamma, Silvia Dallari, dal quale Matteo ha senz’altro ereditato l’arte di sdrammatizzare e la risata facile.

Nulla di scontato per una donna che ha attraversato un inferno: “Nell’aprile del 1995 ero in vacanza in montagna con mio marito e mia figlia, che aveva quattro anni e mezzo. Con noi c’erano anche i nonni. Aspettavo Matteo, che doveva nascere in settembre. Una notte, siccome il giorno prima avevo avvertito dei dolori ai reni che si erano via via acuiti, decisi di partire insieme a mio marito per raggiungere Bologna, dove alle sei iniziava il turno la mia ginecologa. Eravamo in autostrada, poco dopo Vittorio Veneto Nord, quando mi si ruppero le acque. Nel momento in cui mio marito imoboccò la galleria che precede l’uscita per Vittorio Veneto Sud, la testa di Matteo era già fuori. Stefano accostò e lì in macchina, sotto un cartello pubblicitario, partorii. Mio marito si trovò il bambino in mano, minuscolo come minuscoli si è se si pesa sei etti e, in attesa dei soccorsi, prese a soffiargli nel naso e a fargli il massaggio cardiaco. Nonostante non avesse quasi i polmoni, Matteo riuscì a resistere quei 25 minuti che servirono a fare arrivare i soccorsi, poi venne intubato e portato nell’avanzatissima Neonatologia dell’ospedale di Conegliano Veneto. Dalla quale uscì dopo cinque mesi e mezzo“.

Per i medici, già dalle prime ore era chiaro che il piccolo non sarebbe sopravvissuto: “Nei primi tempi Matteo è stato dichiarato morto tre volte. Io andavo su in moto, con mio marito, un giorno sì e un giorno no. Partivamo con il bauletto del latte che mi ero tirata e ogni volta lo trovavamo sorvegliato ma attivo, era anche in grado di strapparsi i tubicini che aveva addosso. I reni però non funzionavano. Più volte ha subito trasfusioni di sangue. Gli si erano persino staccate le retini dagli occhi. Ma poco prima di essere trasferito con l’elicottero a Milano per l’intervento, i medici si sono accorti che era tutto a posto. Insomma, nonostante le previsioni più nere, la realtà era che nostro figlio era lì, vivo. E che recuperava meglio di quanto potessimo sperare. In quei mesi, in ogni caso, ci siamo preparati all’idea che non sarebbe stato un bimbo normodotato, che avrebbe comunque avuto dei problemi a causa dell’emorragia cerebrale avuta alla nascita. E all’anno di età, abbiamo avuto la diagnosi”.

Oggi Matteo vede, ci sente, parla a modo suo ma non riesce a grattarsi la testa o a tenere una penna in mano: “Ma le sue difficoltà le ha sempre affrontate di petto. In seconda superiore, siccome l’insegnante di sostegno non conosceva il greco e il latino, è stato rimandato. Ma in terza ha ripreso a prendere bei voti e i professori hanno smesso di paventare la bocciatura. Oggi studia Scienze della cultura all’Università di Modena, senza contare che gioca A hockey in carrozzina“.

MP3 fa riferimento sia alle iniziali di Matteo, unite al 3 che richiama la sua data di nascita (il 30 aprile), sia alla tanta musica che ascolta: “La mattina, quando si sveglia, rimane il primo quarto d’ora nel letto ad ascoltare musica. Così si rilassa e inizia la sua giornata. Il suo umore è contagioso sul resto della famiglia e anche sulle persone che ci stanno intorno. Abbiamo i nostri momenti di crisi, io e mio marito. Siamo umani e sarebbe falso negarlo. Ma sappiamo compensarci, tirarci su l’un con l’altro. E ridere”.

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