La pedagogista: “Genitori, guardate i figli reali e non etichettateli”

Eva Preto

Figli perfetti, ben diversi da quello che sono davvero. Sono molti i genitori di oggi che non vedono o non vogliono vedere i loro bambini reali, compresi i disagi che esprimono e le emozioni che vivono. Un problema che Eva Preto, consulente pedagogica da poco trasferitasi a Ravenna e autrice del libro “Quando i bambini soffrono. Per una pedagogia della comunicazione educativa” (Bonaccorso editore), incontra spesso.
Durante le sue consulenze, quale frustrazione nota più spesso nelle mamme e nei papà?
“I genitori hanno bisogno di essere rassicurati. Hanno bisogno di sentirsi dire che fanno quel che possono, anche sulla base di quello che hanno ricevuto come figli e di quello che vorrebbero essere. La prima cosa che devono sapere è che il loro pensiero sui loro figli, quello che credono di loro e che quindi anche a parole dicono, va a orientare l’azione educativa. Noi trattiamo i nostri figli così come li pensiamo. La svolta è capire che il pensiero positivo fa crescere l’altro”.
C’è una tendenza al giudizio e all’etichettare?
“Sì, è molto frequente. Oggi i genitori hanno fretta di catalogare i bambini, che per definizione sono invece in divenire. Questo pregiudica la possibilità di fare molte esperienze importanti. Se una mamma pensa che suo figlio sia incapace a fare qualcosa, probabilmente lui non proverà a essere meglio, accrescendo così frustrazione e bassa autostima”.
Con quali esiti?
“Come prime risposte, rabbia e aggressività. Quando il bambino percepisce di non essere libero di fare, pensare e sentire, sfoga la frustrazione così. In adolescenza, poi, le dinamiche si possono fare più gravi”.
La connessione emotiva con i figli è così rara?
“I genitori hanno paura di ascoltare le emozioni cosiddette negative, tendono a soffocare la rabbia, preoccupati di come gli altri li giudicheranno, di cosa gli altri penseranno dei loro figli. Ma la rabbia va lasciata esprimere, serve al bambino a conoscersi”.
Lei mette al centro del suo lavoro la comunicazione educativa: di cosa si tratta?
“In due parole, è il tipo di comunicazione che consente di crescere. Amo molto una frase di Gurdjieffche che dice ‘noi diventiamo le parole che ascoltiamo’. La parola è un seme che germoglia nel cervello, se i bambini vengono dipinti male dai genitori cresceranno svalutati”.
Servirebbe un po’ più di osservazione?
“Sì ma i genitori hanno paura di vedere le cose per quelle che sono. Per difesa, faticano ad ammettere che i figli hanno un problema o semplicemente stanno vivendo un periodo o una situazione critici”.
Sono lunghe, in genere, le sue consulenze?
“No, sono abituata a lavorare nel qui e ora e a dare ai genitori, subito, gli strumenti per lavorare”.

In questo articolo ci sono 0 commenti

Commenta

g