“Educatori o esperti della materia insegnata?”. Quello sul quale devono oscillare gli insegnanti è, secondo il maestro elementare delle Fortuzzi di Bologna Gianluca Gabrielli, redattore della rivista online “Quando suona la campanella”, un equilibrio dinamico. Se ne parlerà questa sera alle 21 alla sala Buzzi di Ravenna (via Berlinguer 11) nel corso dell’incontro “Essere insegnanti oggi” al quale parteciperà anche Roberto Farnè, il professore dell’Università di Bologna che avevamo intervistato sull’outdoor education. Gabrielli potrebbe essere considerato un maestro-contro: ha detto no alle benedizioni pasquali nella sua scuola, all’interno di un caso diventato di rilievo internazionale, oltre a rifiutare di somministrare ai suoi alunni i test Invalsi.
Gabrielli, a quale aspetto dev’essere più attento un insegnante della scuola primaria?
“Siamo prima di tutto educatori, visto che seguiamo i bambini da quando ancora piangono e non stanno seduti in classe a quando diventano ragazzini. Ma dobbiamo al contempo maneggiare molte materie: io quest’anno sono in una seconda tempo pieno, dove insegno matematica, scienze, geografia, musica e ginnastica. Chiaro che, se in un’estate leggo tre libri per aggiornarmi sulla matematica, non posso farlo per le altre discipline. Il nostro lavoro è proprio questo: non dimenticare mai nessun aspetto, stare in bilico su più cose, anche a seconda dell’età del bambino e della sua fase di crescita”.

Gianluca Gabrielli

Quelli della sua generazione hanno avuto accesso all’insegnamento grazie al diploma magistrale: sufficiente?
“Io trovo positivo il fatto che oggi ci si debba laureare. Durante un percorso universitario c’è anche modo di approfondire gli aspetti psicologici e pedagogici dello sviluppo del bambino. Poi è chiaro che tra leggerlo su un libro e metterlo in pratica, ne passa. Il nostro know how si forma con il tempo. Magari sono vent’anni che lavori a scuola, il tuo modo di insegnare si è un po’ fossilizzato ma sugli aspetti relazionali sei esperto”.
C’entra la vocazione, con il suo mestiere?
“Credo che c’entri il diventare, il formarsi, il crescere nel tempo. Io sono entrato a scuola perché ho vinto un concorso, altri lavori non ce n’erano. La scelta è stata restarci. E la laurea l’ho presa dopo”.

Come ha visto cambiare genitori e bambini, negli ultimi vent’anni?
“Agli occhi dei genitori lo status di cui un tempo godeva l’insegnante si è abbassato moltissimo. C’è meno rispetto del lavoro che viene fatto ed è saltato del tutto il meccanismo per cui se il bambino veniva sgridato dalla maestra, a casa gli toccava il resto. Ma con le buone pratiche, instaurando con le famiglie un clima di fiducia, collaborazione e complicità, si possono fare grandi cose. Idem con i bambini: oggi non ti puoi aspettare rispetto dal primo minuto che entri in classe. Le regole della condivisione vanno costruite poco a poco, nella relazione. Così come non possiamo pretendere di essere dispensatori di nozioni. Spesso i bambini sanno moltissime cose e hanno moltissime informazioni. Il nostro ruolo è organizzarle”.
Lei è uno dei pochi rappresentanti al maschile, nella scuola primaria. Perché gli uomini non si fanno avanti?
“Perché siamo pagati poco, prima di tutto. E perché siamo figli della cultura che ha visto le donne emanciparsi grazie all’ingresso nella scuola, figure lavorative ma declinate sul materno. Alle elementari siamo in calo, non superiamo il 5%”.
Oggi da più parti si sostiene l’inutilità dei compiti: lei da che parte sta?
“Io, alla mia classe, dal lunedì al venerdì non li do: i bambini stanno otto ore a scuola ogni giorno, è giusto che dopo pensino al tempo libero. Ma per il fine settimana, qualcosa di semplice e veloce, lo assegno. Trovo sia giusto per due motivi: uno, perché la famiglia si renda conto di come il bambino affronta una consegna in modo individuale e due, perché facendo esercizio a casa ci si prepara allo scalino della scuola media”.
E i voti?
“Io e il mio collega li mettiamo solo nella pagella. Tendiamo a valorizzare chi cresce, chi fa un percorso, chi si impegna e migliora. Ma con questo criterio dovremmo dare dieci a chi è partito da due e sette a chi è sempre stato bravo ma non ha fatto nulla per ottenere di più. A questo punto, meglio attivare forme di auto-controllo e confronto tra i bambini, meglio fare in modo che gli alunni si aiutino per capire cosa hanno sbagliato”.