Disturbi alimentari, si cercano famiglie per i gruppi di auto-mutuo-aiuto

anoressia maschilePer la vergogna, la poca disponibilità a mettersi in gioco e il senso di fallimento, molte famiglie che vivono in casa il problema dei disturbi alimentari faticano a cercare confronto e condivisione. In vista del 15 marzo, la giornata nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata alla lotta ai disturbi del comportamento alimentare, l’associazione ravennate SulleALIdelleMenti lancia un appello per trovare genitori, familiari e amici di persone di pazienti e costituire i gruppi di auto mutuo aiuto che si ritroveranno una volta al mese. Giulia D’Alessandro è una dietista e volontaria dell’associazione.
Giulia, qual è l’ostacolo maggiore che vivono le famiglie?
“Difficilmente capiscono che il disturbo alimentare è l’espressione di un malessere più profondo, un modo per dire ‘ti faccio vedere quello che non riesco a dirti o quello che non vedi’. Ecco perché tutte le persone che ruotano intorno al paziente dovrebbero mettersi nell’ottica di un cambiamento”.
Quali sono i fattori di rischio principali?
“L’adolescenza, l’essere donna, il peso che la nostra società dà all’immagine femminile. Fattori che si intersecano con quelli individuali: le aspettative molto elevate di sè, quello che gli altri ci chiedono di essere. La famiglia, però, deve capire di non essere la causa, bensì una risorsa. E che deve collaborare. I disturbi alimentari sono annoverati tra quelli psichiatrici, non stiamo parlando di persone che semplicemente mangiano male, mangiano poco o mangiano troppo. C’è un lavoro importante da fare e tutti devono essere coinvolti”.

La vetrina del private banking della Cassa di Risparmio di Ravenna, in piazza del Popolo, con i materiali dell'associazione sulleALIdelleMENTI
La vetrina del private banking della Cassa di Risparmio di Ravenna, in piazza del Popolo, con i materiali dell’associazione sulleALIdelleMENTI

L’impatto sociale è forte?
“Devastante. Le famiglie vivono il senso d’impotenza, l’assenza di punti di riferimento e risposte, l’imbarazzo e il cortocircuito relazionale con la persona che soffre. E si crea spesso l’associazione mentale sbagliata ‘se non mangi, non mi vuoi bene’, caricando dunque il cibo di affettività”.
Sono lunghi i tempi di recupero?
“Sono molto soggettivi. Ho visto persone trascinarsi per anni i disturbi. Molto dipende da quando ne si prende consapevolezza. Se entro un anno dall’esordio, è tutto molto più facile e veloce. La prevenzione, in questo senso, è fondamentale”.

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