Perdere la mamma per mano del papà. La psicologa che studia gli “orfani speciali”

bambino solo, violenza, disperazione“Orfani speciali”. È stata la psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry a coniare un termine specifico per indicare i figli delle donne uccise dai compagni e mariti. Ed è sempre lei ad avere condotto il progetto www.switch-off.eudove le tre w doppie stanno anche per who, where, what. Perché sono molte le domande che si è posta quando si è messa ad analizzare che ne è stato e che ne è di quei bambini o ex tali che hanno perso i genitori in un colpo solo, in una modalità a dir poco singolare e tragica: la mamma ammazzata per mano del papà. La ricerca, che ha coinvolto la Rete nazionale dei Centri antiviolenza D.i.Re, è stata finanziata dall’Ue e ha avuto come capofila il Dipartimento di psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli. Sono stati 136 – in Italia ma anche in Lituania e a Cipro – gli orfani monitorati, di cui 33 maggiorenni al momento dei fatti e 103 minorenni. Persone le cui storie potrebbero avere qualcosa in comune con i tre figli di Giulia Ballestri, la 39enne uccisa a Ravenna due settimane fa, se verrà dimostrato che l’assassino è il marito Matteo Cagnoni, accusato dell’omicidio.
Dottoressa, a chi vengono affidati, in genere, gli orfani speciali?
“Nel 60% dei casi a nonni e zii, nel 20% dei casi ai parenti di lui, nel 20% dei casi a case famiglia o comunità. Si tratta di bambini o ragazzi con esigenze particolari, diverse da quelle di chi è stato abusato, maltrattato o vittima di violenza assistita. Per identificarne i bisogni e fare sì che la loro situazione venga al più presto regolamentata, ho sentito che era necessario anche inventare una terminologia nuova”.
Qual è il risultato più eclatante della vostra indagine?
“Che la vita e il futuro degli orfani speciali sono troppo spesso affidati alla buona volontà dei singoli. Per singoli intendo le singole famiglie affidatarie, i singoli servizi sociali, i singoli Comuni. Non esiste una risposta univoca per affrontare le situazioni che questi figli vivono. Ecco perché abbiamo scritto delle linee guida”.
Ce n’è una a cui tiene particolarmente?
“Sì. Per quanto riguarda gli orfani, fa molta differenza l’età che avevano al momento del femminicidio. Ai bimbi molto piccoli, in genere, viene detta una bugia o una mezza verità, comprensibilmente per proteggerli. Il problema è che, da un punto di vista dell’elaborazione del lutto, non sapere che cosa è successo e non vedere il corpo della propria mamma crea un’impossibilità, per il bambino, di affrontare il dolore. Il bambino non dimenticherà e non minimizzerà: vivrà come in un limbo, senza certezze, immaginandosi la mamma viva, magari. Ecco perché tra le nostre indicazioni, c’è quella di essere espliciti, ovviamente facendosi accompagnare da un professionista”.
C’è un tratto comune nei vissuti di questi bambini o ragazzi?
“La vergogna. Far sapere agli altri che la propria mamma è stata ammazzata dal proprio papà è un passaggio complesso, reso ancora più difficile dall’atteggiamento delle persone ignoranti o benpensanti. Però, come abbiamo scritto, la famiglia affidataria non deve puntare al mantenimento dell’onore, anche perché si rischia di creare, nei bambini, un sentimento di colpevolizzazione della mamma, il classico ‘se l’è cercata’”.
Vista l’assenza di tutele giuridiche ad hoc, ci sono anche conseguenze economiche?
“Eccome. Alcune famiglie ricevono dallo Stato un sostegno ma il più delle volte prevale la logica del codice civile secondo cui tu, famiglia affidataria, quell’affido lo hai scelto e voluto, quando invece ti è in qualche modo capitato. Un bambino in più è una bocca in più da sfamare, sono libri di scuola in più da comprare. Ma sono soprattutto spese per le terapie da sostenere: stiamo parlando di minori con conseguenze fisiche e psicologiche che meritano un’attenzione medica costante. Non solo: alcuni genitori affidatari, per far fronte all’impegno, sono costretti a lasciare il lavoro. Rinunciano dunque a uno stipendio”.
Perché, secondo lei, l’Italia ancora non ha riconosciuto come soggetti specifici gli orfani speciali?
“Perché questa è un’operazione culturale che, come tale, richiede tempo. Ma non vorrei che dietro il mancato riconoscimento ci fosse una sorta di minimizzazione del femminicidio o il pensiero secondo il quale è un delitto in qualche modo giustificabile, come il vecchio delitto d’onore”.
Allora va detto ad alta voce: quali sono i danni psicologici che subisce chi perde la mamma per mano del papà?
“Nel breve periodo la sintomatologia è quella tipica del disturbo post-traumatico da stress: tensione, ansia, insonnia, difficoltà di concentrazione e di memoria, isolamento, aggressività, paura, senso di colpa. Nel lungo periodo, tutto dipende da quanto il contesto è stato in grado di fornire agli orfani un sostegno non solo d’emergenza ma duraturo. Perché alla fine, ciò di cui stiamo parlando, è che questi bambini o ragazzi non hanno solo perso la mamma, l’hanno persa perché l’ha uccisa il papà. E il rischio di non avere più fiducia negli altri, visto che chi ti doveva proteggere è stato capace di tanto, è altissimo”.
Come prosegue, ora, la ricerca?
“La ricerca è aperta a nuovi contributi. Chiunque ha vissuto esperienze di questo tipo e vuole partecipare al monitoraggio, è benvenuto. Ovviamente in forma del tutto anonima”.

annacostanza.baldry@unina2.it

http://27esimaora.corriere.it/author/anna-costanza-baldry

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