Solo dai conti correnti si capisce che guadagnava benino. La finanza ha scovato discrete sommette: 36mila euro nel 2010, 40mila nel 2011, altri 39mila nel 2012. Tutti in nero, tutti quattrini evasi al fisco. Una successiva perquisizione domiciliare ha permesso di appurare che la donna incassava almeno 100 euro al giorno e ne spendeva circa 4000 all’anno per le pubblicità su giornali. Protagonista di questa vicenda è un’avvenente escort di Savona, condannata dall’Agenzia delle Entrarte a pagare l’Irpef, le addizionali Irpef sia comunali sia regionali, i contributi previdenziali e l’Iva al 21 per cento sugli “incassi lordi” più le spese legali: una stangata da 24mila euro.
La Commissione tributaria, come riporta il sito cassazione.net, della città ligure ha chiarito che la prostituzione – che la legge italiana non classifica come reato – è “una prestazione di servizio verso corrispettivo” mentre la sentenza C-268/99 della Corte di Giustizia europea classifica la escort come “lavoratrice autonoma” e senza vincolo di subordinazione a fronte di una retribuzione “pagata integralmente e direttamente dal cliente”. Quindi deve pagare le tasse.
Fin qui la ragioni giuridiche. Ma i giudici di Savona danno anche un tocco storico-culturale alla loro motivazione ricordando la celebre frase dell’imperatore romano Vespasiano a proposito della tassa sui gabinetti: pecunia non olet, il denaro non puzza. A maggior ragione per l’Agenzia delle entrate di un Paese disastrato come l’Italia.
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Difatti, la prostituzione in Italia è già tassata; questo ai sensi dell’articolo 36 comma 34bis della Legge 248/2006, come chiarificato dalla Cassazione con le Sentenze n. 10578/2011, 18030/2013 e 7206/2016. Il Codice relativo è 96.09.09 “Altre attività di servizio per la persona non classificabili altrove”.
Cosa aspettano i sex workers ad aprire la partita IVA e pagare le tasse in merito?
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