All’albergo sociale di Ravenna G.B., 40 anni, si sta trovando bene. Certo non è facile convivere con altre donne e con i loro bambini e ragazzi. Non è facile nemmeno fare accettare a suo figlio, 15 anni, i continui trasferimenti dovuti ai cambiamenti di vita e lavoro successi negli ultimi tempi. E non è facile, infine, “essere accusata di aver aggredito e offeso un’altra donna ospite dell’albergo che ha segnalato la presenza del mio compagno nella struttura, senza vedermi riconosciuto il diritto di difendermi”.
La paura di G., che da Torino è arrivata in Romagna poco dopo la morte del compagno e padre di suo figlio, meno di tre anni fa, perché aveva trovato lavoro come badante, è che gli assistenti sociali la mandino via per quella che a lei sembra una sciocchezza: “Una sera il mio compagno, che dorme in macchina, non si è sentito bene: l’ho fatto salire fuori dall’orario di accesso, fissato dalle 16 alle 22, consentendogli di passare la notte nella stanza mia e di mio figlio”.
Un’infrazione che ha causato malumori sia dentro l’albergo che tra gli operatori sociali: “Temo di essere rispedita al Millepini, a Marina Romea, dove sono già stata per due mesi e dove non avevo la possibilità di lavare le mie cose e cucinare, nemmeno di portarmi un tostapane. Così come era vietato, al mio compagno, di entrare. Se ho fatto uno strappo alla regola non ho commesso comunque un reato e non posso rischiare di perdere un tetto, vista la mia situazione”.
Dopo un mese dall’inizio del lavoro come badante, infatti, la donna di cui si prendeva cura è morta: “Mi sono trovata da un giorno all’altro senza stipendio, con l’affitto da pagare. Ho mandato curricula ovunque, ma senza risultato. E non ho più trovato un affittuario che mi desse la casa senza la garanzia di un reddito. Mio figlio percepisce la pensione del papà, 500 al mese, che però non bastano di certo ad arrivare a fine mese, se si ha una rata di qualche centinaia di euro da pagare. Così sono finita nelle mani dei servizi sociali”.
Intanto suo figlio, che frequenta una scuola superiore della città, sta studiando perché è stato rimandato a settembre: “I corsi di recupero iniziano a volte alle 8,30, altre più tardi. Visto che la linea 1 del bus non passa più dalla zona dell’albergo sociale, è il mio compagno a portarlo, così come accompagna me ai vari lavoretti che ho racimolato in questi ultimi mesi. Mi è stato offerto un tirocinio gratuito ma non ho potuto dire di sì, rinunciando alle poche entrate che ho”.
E a farle eco è il compagno C.A., che da sette mesi passa le notti in macchina, visto che non ha un lavoro né una casa: “Siamo una famiglia anche noi, semplicemente abbiamo bisogno di aiuto. Invece, dagli assistenti sociali, ci siamo sentiti dire che rubiamo i soldi ai cittadini e che dobbiamo tornare da dove siamo venuti, neanche fossimo stranieri. Siamo in questa situazione perché costretti, perché senza un lavoro nessuno ci affitta una casa, non certo perché ci fa piacere. C’è di mezzo un minore ma, dai toni, rischiamo che la mia compagna venga mandata fuori con suo figlio. Mi sembra un accanimento senza senso verso chi ha bisogno: io questa non la chiamo assistenza. Sto perdendo la ragione”.
Romagna Mamma aveva raccontato, all’albergo sociale, le storie di Sabrina, Ckafika e Aziza
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