“Vedo mio figlio 58 ore al mese”: Papi Gump incontra un papà di Ravenna

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Antonio Borromeo, conosciuto come Papi Gump

Da Vasto a Bruxelles a piedi: è il quinto anno che Antonio Borromeo – meglio conosciuto come Papi Gump – parte dall’Abruzzo per la sua marcia alla conquista dell’Europa. La sua è una ormai annosa battaglia per il riconoscimento della bigenitorialità, per i diritti dei minori coinvolti nei divorzi e nelle separazioni (e non solo) e, questa volta, anche per rendere la figura dell’assistente sociale ad alta specializzazione e professionalità: “Vogliamo che gli assistenti sociali siano in grado di valutare con attenzione ogni singola situazione familiare, per evitare che molti bambini finiscano a vivere in struttura”.

Antonio Borromeo, dopo le tappe di San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno, Ancona e Fano, arriverà oggi a Rimini e domani a Ravenna, per poi proseguire alla volta di Imola, Bologna, Modena, Mantova, Cremona, Milano e Como. Da lì, volerà verso Parigi, dove sotto l’Arco di Trionfo incontrerà Nico Muñoz, un papà spagnolo che sta conducendo la sua stessa battaglia e con il quale raggiungerà poi i parlamentari europei a Bruxelles.

A ospitare Papi Gump a Ravenna sarà T.G., un papà che sta vivendo una situazione molto dolorosa. Separato, padre di un bimbo di cinque anni e mezzo affidato ai servizi sociali con sede presso la madre, può vedere suo figlio solo 58 ore al mese: “Nonostante io abbia una casa con tre camere da letto, un lavoro stabile e nonostante io abbia versato, fino a due mesi fa, l’assegno di mantenimento per il mio bambino alla mia ex moglie, i servizi sociali non hanno comunicato al tribunale la mia situazione. E io, di fatto, mio figlio non lo posso nemmeno tenere a dormire”. Per l’uomo è difficile anche mettersi in comunicazione con lui nei giorni in cui non gli è concesso vederlo: “La mamma non risponde al telefono né ai messaggi. E quando lo rivedo, mi chiede come mai sono sparito. Mi tocca inventarmi scuse, raccontargli che ho lavorato moltissimo e sono stato impegnato”.

La battaglia quotidiana di T.G. riguarda l’applicazione della legge 54 del 2006, quella dell’affidamento condiviso: “Ogni volta viene trovato un cavillo diverso pur di non rispettarla. La bigenitorialità per ora è solo una bella parola, nella realtà dei fatti non esiste: fa rima con una cultura che non piace a chi ha una vecchia mentalità, fa rima con i diritti dei minori, per nulla presi in considerazione”.

T.G., gli ultimi due assegni di mantenimento, per protesta ha deciso di non versarli: “Spesso mio figlio mi viene consegnato con le tute bucate e le scarpe rotte. Eppure, i 200 euro al mese che gli spettano, li ho sempre dati. Ho deciso di dire basta. Userò quei soldi per comprargli quello che gli serve direttamente. Rischio una nuova causa legale? Peggio di così, tanto, non può andare”.

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Commenti:

  1. Premesso che in Italia una legge come quella dell’affidamento condiviso è quasi sempre di difficile applicazione (principalmente per motivi di carattere socio-culturale), continuo a leggere come con tanta facilità si attribuiscono tutte le cause del “malisistema” agli assistenti sociali….”Vogliamo che gli assistenti sociali siano in grado di valutare con attenzione ogni singola situazione familiare, per evitare che molti bambini finiscano a vivere in struttura”…daccordissimo ma:
    1) Chi dispone il collocamento in comunità di un minore è SOLO il Tribunale per i Minori e NON LO FA SULLA BASE DI QUANTO VIENE RIFERITO DAL SERVIZIO SOCIALE!
    2)Un’attenta valutazione per ogni singola situazione familiare, comporta inevitabilmente il supporto di altri professionisti (medici, psicologi, insegnanti, ecc…). Cosa accade quando questi ultimi non collaborano, lasciando l’assistente sociale da solo nella gestione del problema? (Ah….con la benedizione di tutti gli altri organi competenti…Tribunale compreso!)

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