Sara, due volte mamma dopo l’anoressia: “Spero non succeda mai ai miei figli”

anoressia, dieta, bulimia
Foto d’archivio

Sofia ha 18 mesi, Leonardo nascerà in luglio. Sara Rontini, di Faenza, ha solo 25 anni (suo marito, addirittura, uno in meno) ma le idee molto chiare su come riprendersi in mano la vita dopo averla lasciata sfuggire per il periodo in cui – in piena adolescenza – è stata anoressica, arrivando a pesare 32 chili. La sua storia, che il papà ci aveva raccontato in forma anonima all’epoca della prima gravidanza, fa rima con riscatto e bisogno di lasciarsi alle spalle tre anni bui e terribili.
Mamma dopo l’anoressia: l’avresti mai detto?
“Quando ero malata, diversi medici mi facevano giustamente terrorismo sul fatto che, rimanendo molto tempo senza mestruazioni, per le mie ovaie sarebbe stato difficile uscre dal letargo. E che non sarebbe quindi stato semplice rimanere incinta. Per fortuna, a 35 chili di peso, hanno ritenuto che il mio corpo – grazie alla dieta per ingrassare che avevo iniziato a seguire – potesse reggere gli estrogeni. Grazie al cerotto, il ciclo è tornato, anche se indotto. Quando ho superato i 15 chili, poi, le mestruazioni sono arrivate naturalmente”.
Ora che sei mamma, come rivedi la sofferenza e le preoccupazioni vissute al tempo della malattia dai tuoi genitori?
“Da mamma, rivivo tutto con nuovi occhi. Per i miei genitori, persone straordinarie che comunque, di fronte alle difficoltà, sono riusciti a tenere salda e unita la nostra famiglia, devo essere senz’altro apparsa come una ragazza diversa da quella che conoscevano, impossibile da capire e impenetrabile. Ma loro hanno resistito. E non smetterò mai di ringraziarli per questo. Una mia amica che ha vissuto il mio stesso problema ha visto la sua famiglia disgregarsi completamente. Mi auguro che i miei figli non vivano mai un’esperienza del genere”.
Oggi quanto pesi?
“68 chili. Sono al sesto mese di gravidanza. Prima di restare incinta di Sofia, ero comunque tornata al mio peso normale, 54 chili circa. Se mi riguardo indietro, sono oltre il doppio di quanto sono stata nel momento più basso della mia malattia”.
Ti sei mai data spiegata il perché dell’anoressia?
“Solo in parte. Da adolescente, pur essendo una persona perfezionista, come molti di quelli che passano dall’anoressia, conducevo una vita molto sregolata: facevo troppo tardi la sera, a volte non rientravo nemmeno. Magari saltavo la cena, non mangiavo per molte ore e, vedendomi più magra allo specchio, avevo cominciato a prenderci gusto, andando sempre più giù con il peso”.
C’è stata una figura fondamentale per la ripresa?
“Sono stata ricoverata tre volte, ho incontrato bravi medici, sono stata supportata dai miei genitori. Ma la persona che decreta la svolta, in questi casi, sei proprio tu che sei malato. Se non avessi iniziato a fidarmi di chi mi preparava da mangiare, se non avessi abbandonato piano piano la fissazione della bilancia, non ce l’avrei mai fatta. La forza più grande è venuta da me, a un certo punto. E in questo mi ha aiutata sicuramente l’incontro con Sofia, una bimba gravemente malata che era ricoverata con me in Pediatria a Ravenna. Lei era lì a lottare per la vita, e io la mia vita la stavo buttando via. Lei non ce l’ha fatta, alla fine. E io le ho detto grazie nell’unico modo che avevo a disposizione: chiamare mia figlia come lei”.

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