L’ermeneutica del biscotto, la teologia dei compleanni: “La filosofia applicata alle mamme”

arton143287 La metafisica, la scuola pitagorica, la nausea di Sartre, Kant e l’ermeneutica del biscotto, la teologia dei compleanni. Ma cosa c’entra, la filosofia, con l’essere mamme? Tantissimo secondo Vittoria Baruffaldi, prof in un liceo di Torino, fondatrice del blog “La filosofia secondo babyP” (dove la P sta per sua figlia Penelope) e ora, per Einaudi, autrice del libro “Esercizi di meraviglia. Fare la mamma con filosofia”. Un titolo che spicca tra gli altri dedicati alla maternità perché di disturbi gravidici, parto, pappe, prime parole e notti insonni, tratta da un originalissimo punto di vista. Lontano da ogni logica da manuale di istruzioni.
Vittoria, molte di noi la filosofia hanno smesso di studiarla in quinta superiore. Come possiamo recuperarla a sostegno del diventare e poi essere madri?
“Insegnandola al liceo, mi è sempre venuto facile spiegarla e raccontarla, anche e soprattutto con esempi pratici e concreti. Da qui l’idea di applicarla alla maternità, che con la filosofia ha in comune un aspetto fondamentale: tantissime domande e, in fin dei conti, nessuna riposta definitiva e nessuna verità assoluta. E poi, i grandi perché, sono anche tipici dei bambini quando iniziano a parlare: dopo il loro stupore davanti alle cose, arrivano in genere i punti interrogativi”.
“Cogito ergo sum”: il dubbio alla base della maternità. Eppure oggi, di dogmi e categorie applicati alle mamme ne esistono lunghe serie. Perché?
“La madre, oggi, nel bene e nel male è sovra-rappresentata. Se ne parla ovunque, ne parlano tutti. E le mamme, davanti a questo, pensano di dover rientrare in un modello, di dover corrispondere a una definizione precisa. Al contrario, la maternità è quanto di più inclassificabile possa esistere, è una costruzione fluida: un giorno siamo perfette in una cosa, il giorno dopo pessime nella stessa cosa. Un giorno potrebbe starci bene un’etichetta, quello successivo no”.

Vittoria Baruffaldi, prof di filosofia e mamma di Penelope
Vittoria Baruffaldi, prof di filosofia e mamma di Penelope

Per questo le mamme, come spiega nel libro, spesso fingono?
“Sì, le mamme si presentano come avvolte nel velo di Maya, faticano a raccontarsi per quello che sono. Quando, poco dopo il parto, fanno una passeggiata e tutti si fermano ad ammirare il bebè nella carrozzina, sorridono sempre. Ma a volte, magari, avrebbero voglia di piangere. Raro che si lascino andare, che diano spazio alle emozioni”.
Un mestiere, una vocazione: sbagliato definirla così, la maternità?
“Credo che la maternità sia più semplicemente un pezzo di vita che si aggiunge ad un’altra vita: capitato, voluto, pianificato. Ogni caso è a sé, ecco perché dico che la storia di un genitore e di suo figlio è una storia di sogni irresponsabili: per quante teorie possano esistere, non sapremo mai che bambino avremo e come saremo noi rispetto a lui”.
Un elogio dell’imperfezione?
“Mi interessava illuminare la normalità dell’essere mamme, riscattare il fatto che si può e si deve sbagliare, evidenziare che non è sempre necessario darsi chissà quali obiettivi. Il bambino non fa tre sport alla settimana? Potremmo sempre preparare i biscotti insieme a lui e magari divertirci entrambi”.

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