Donne, mamme, azzardo: “Ogni giorno che non gioco è un giorno che vinco”

slot machine, gioco d'azzardo“Gioco quando non mi amo, gioco per panico, per disperazione”. Margherita, 57 anni, è una delle donne di cui la psicologa Barbara Gnisci, protagonista ieri sera dell’incontro “L’azzardo è donna” che si è tenuto alla Casa delle Donne di Ravenna, ha raccolto le storie. Il lavoro, dal titolo “Un click e tutti giù all’inferno: storie di donne e del loro azzardo nei confronti della vita”, è un tuffo a pie’ pari nelle teste di chi gioca, nel loro passato e nel loro dolore, nel loro paradossale approccio a videopoker e Gratta e Vinci. Margherita ha iniziato a giocare da pochi anni: un giorno è entrata in un sale e tabacchi per comprare le sigarette e ha puntato dieci euro su una macchinetta, guadagnandone 600. Una vincita grossa per una che fa l’operaia e che per portarsi a casa quella cifra ci mette almeno mezzo mese. Mamma di Filippo, “un ragazzino balbuziente per mancanza di autostima”, figlia di una madre assente rimasta orfana da piccola e di un padre presente, Margherita gioca tre o quattro volte alla settimana. A volte, per tenersi a bada, resta tutto il giorno a letto, così è sicura che non gioca.

Come lei Marta, mamma di due ragazze, scarica il dolore nell’azzardo: “Gioco per far rabbia all’uomo che mi ha lasciata, gioco per felicità e per infelicità”. Vedova del marito morto di cancro a due anni dalla diagnosi di Aids, lasciata dal ragazzo marocchino che dopo quel lutto le aveva fatto girare la testa, ha iniziato con i videopoker: “Io non soffro quando gioco, io sto bene, mi sgombra la testa”. E ora che è diventata nonna, anche se va in astinenza quando sta lontana dal gioco, sa che “ogni giorno che non gioco è un giorno che vinco”.

A Barbara Gnisci, durante una ricerca, il direttore di una struttura terapeutica per giocatori d’azzardo disse: “Le donne iniziano tardi, lo sai il perché? Io no. Se lo scopri, fammelo sapere”. Ma la letteratura scientifica è ancora scarsa, come ha sottolineato anche Laura Casanova di Psicologia Urbana e Creativa, che nelle scuole ha condotto da poco “Di gioco in gioco”, un innovativo progetto proprio sul tema: “Il gioco d’azzardo al femminile è ancora poco studiato, poco conosciuto e sottostimato. Il problema è culturale: è come se alla donna, che ha in mano l’organizzazione familiare, non fosse concesso di scivolare così in basso. Non a caso le donne si vergognano di più, si fanno aiutare meno, si rivolgono più di rado ai servizi, ne escono più tardi. E, spesso, scelgono giochi di fuga, giochi solitari come le slot machine e il bingo“.

E le donne sono coinvolte nella piaga del gioco d’azzardo anche in altra veste: quella di madri, sorelle, zie e nonne dei giocatori, spesso uniche o principali partecipanti ai gruppi di auto mutuo aiuto dedicati ai familiari dei giocatori. Come una mamma presente ieri sera in sala, che ha scoperto il vizio del figlio dopo undici anni, quando ormai “a livello emotivo era distrutto”. La donna ha smontato la teoria dei vuoti d’amore che causerebbero le dipendenze: “Mio figlio è sempre stato seguito e amato. Ai gruppi ho visto famiglie perfette, ho sentito storie di figli insospettabili. C’è chi inizia a giocare per pura curiosità e poi diventa un caso patologico”.

Le cause, hanno ribattuto le due psicologhe, non sono solo da ricercare nelle storie familiari: “Ci sono anche motivi genetici, comportamentali, contingenti”. Una vincita importante, per esempio, può dare il via – in maniera a volte inesorabile – al vizio.

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