Ottanta minori dalla Bielorussia: e i loro “genitori” diventano anche “nonni”

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Alcuni ragazzi accolti da Ravenna-Belarus giocano a non farsi fotografare. L’immagine è di Barbara Gnisci

“Quando arrivano a Ravenna, i bambini non sono né nostri, né dell’associazione. Fanno parte della comunità. Il nostro compito è comportarci con buon senso”. Ruolo delicato quello delle famiglie dell’associazione Ravenna-Belarus che dal 1999 accoglie minori tra i sette e i 17 anni dalla Bielorussia, uno dei territori colpiti dal disastro di Chernobyl. La presidente Giuseppina Torricelli è impegnata oggi negli ultimi preparativi per la prima giornata nazionale dell’accoglienza in programma domani 5 aprile. Alle 20,30, al Teatro Socjale di Piangipane andrà in scena “L’isola che non c’è”, anteprima del musical dei ragazzi dell’Istituto comprensivo “Guido Novello”. A seguire, “Make that change”, concerto dei Burning Flame. Un’occasione anche per ribadire l’esigenza di trovare, sul territorio locale, nuove famiglie: “Non solo disposte ad accogliere bambini, ma anche a fornire parte del loro tempo libero, oppure a diventare socie, a sostenere alcuni dei nostri progetti”.
Giuseppina, le famiglie che accolgono i bambini bielorussi hanno tratti in comune?
“Sono famiglie normali, la nostra non è una solidarietà d’élite. Uno dei nostri principi è non coprire i bambini di giocattoli e firme, di non proporre loro solo parchi divertimenti. Quando arrivano, hanno bisogno di essere abbracciati, coccolati. Arrivano da un orfanotrofio anni Cinquanta di Pinsk, l’impatto con una realtà del tutto diversa come la nostra è fortissimo”.
Lei come ha intrapreso questa delicata avventura?
“Lavoravo in ospedale e la presidente di allora dell’associazione mi raccontò che la classe di bimbi bielorussi non sarebbe partita per Ravenna perché mancava una famiglia. Mi feci sotto: io ho già un figlio ma non me la sentii di dire di no. Molte persone che fanno accoglienza, del resto, hanno già figli loro. In genere grandi e già fuori casa, è vero, ma non sempre”.
Quante famiglie sono coinvolte, solo a Ravenna?
“Circa novanta per un totale di ottanta bambini. Accogliamo i minori per due periodi l’anno, 120 giorni in tutto: non vengono solo in vacanza, sono impegnati in numerosissime attività come laboratori di falegnameria, cucina e panificazione così come in corsi di lingua”.
La lingua è un grosso ostacolo?
“Molti lo pensano, in effetti. Sicuramente è una difficoltà iniziale ma i bambini sono molto più svegli di noi, imparano in fretta. E alle famiglie, in ogni caso, viene fornito un vocabolario con le espressioni di base. Non solo: i minori sono seguiti, oltre che dagli educatori, da un interprete, che noi possiamo contattare a qualsiasi ora per ogni esigenza. Una figura che si aggiunge a quello dello psicologo, al quale ci possiamo riferire costantemente”.
Quanto è difficile vedere ripartire i ragazzi, una volta concluso il periodo di permanenza qui?
“Lo è molto ma il bello è che rimaniamo in contatto. Una volta che sono diventati maggiorenni, per esempio, su iniziativa delle singole famiglie possono continuare a venire in Italia. Molti dei bambini che le nostre famiglie hanno ospitato in passato oggi sono sposati, hanno figli. E noi ci consideriamo un po’ nonni”.

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Commenti:

  1. Salve, da un paio di anni ospitiamo una bambina bielorussa che vive in un istituto bielorusso attraverso l’associazione Forum per i diritti dei bambini di Chernobyl di Mantova, siamo ben inseriti e molto contenti di questa associaziione ma questa associazione accoglie i bambini per un massimo di 90 giorni, 60 in estate e 30 in inverno…noi vorremmo poter accogliere Palina per 120 g, sarebbe possibile se entriamo a far parte della vostra associazione? Un grazie anticipato per l’attenzione… Angela e Alessandro

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