Raffaella, una donna tra le vigne: “Non sapevo cosa fosse una gemma, oggi il vino è la mia vita”

Per fare capire agli altri che davvero, prima di tuffarcisi a pie’ pari, non aveva idea di che mondo fosse quello dell’agricoltura, Raffaella Bissoni porta sempre un eloquente esempio: “Una gemma? Mai vista. Ne avevo solo sentito parlare a scuola, sui libri di biologia”. Ma dopo avere fatto la mamma a tempo pieno per sette anni, dopo essersi trasferita da Forlì sulle colline di Bertinoro, sempre più attratta dalla natura e dalla campagna, Raffaella all’età di trent’anni (oggi ne ha 56) decide di mettersi a coltivare vigne. E oggi è l’anima e il corpo dell’azienda Bissoni, una cantina che di strada ne ha fatta parecchia, in salita e in discesa.

Raffaella Bissoni tra le sue vigne

Quando racconta gli esordi della sua avventura, Raffaella ancora sorride: “Non sapevo fare nulla, assolutamente nulla. Sono cresciuta in città, il vino mi piaceva perché berlo era una tradizione di famiglia ma mai avrei pensato di trasformarlo in un lavoro. Il primo passo fu iscrivermi ad un corso di potatura”. Raffaella nasce vignaiola, dunque, ma ben presto si accorge di volere di più. Comincia a vendere vino sfuso, poi poco a poco inizia ad affrontare il faticoso mondo delle bottiglie: “Lì mi sono resa conto che la preparazione e la professionalità sono tutto. Prima potevo anche fregarmene del fatto che il vino avesse il fondo, se al cliente piaceva lo stesso. Dopo no: non si poteva più improvvisare, bisognava studiare, conoscere e approfondire”.

Raffaella si circonda di professionisti capaci, scegli collaboratori esperti, con l’obiettivo fisso della qualità. Ma la crisi economica arriva di lì a poco: “Mi sono ritrovata su una giostra dalla quale non sapevo se scendere o meno. Avevo fatto determinate scelte ma la tendenza del settore mi imponeva di variarne alcune”. Raffaella inizia ad esportare all’estero (Europa, Australia, Stati Uniti), sempre più convinta che non basta coltivare il grappolo e farne vino per essere competitivi: “Mi sono scontrata con il fatto che la produzione è molta, che la Romagna non ha un nome forte in giro per il mondo, che emergevano nuovi Paesi come il Cile”.

Ma Raffaella si rimbocca le maniche: “Il mio è un mestiere dove non esistono ferie, dove se ti sposti è per lavoro. La vita privata viene limitata, vivi per il vino. Se mi fosse mancata la passione, non sarei mai riuscita a creare tutto questo”. D’estate alle sei è nel campo, d’inverno la pausa pranzo non esiste, è tra le vigne. E poi l’ufficio, il contatto con gli importatori, la presenza alle fiere: “Si lavora sempre, sono io a tenere le redini di tutto, ho qualche collaboratore ma null’altro. Rimango una piccola realtà, con 25mila bottiglie prodotte all’anno. Mia figlia nella vita fa altro ma se un giorno questa azienda dovesse prendere piede, se diventasse forte, con una redditività alta, potrebbe inserirsi, portarla avanti”.

Perché Albana e Sangiovese, secondo Raffaella, non hanno nessuna connotazione maschile: “Le donne sono sempre più numerose. Nel Consorzio dei Vini di Bertinoro, di cui faccio parte, siamo il 50%. In questo mondo non conta se sei maschio o femmina, vale la bravura”. Per non parlare della teoria sui vini al femminile: “Secondo alcuni, quelli prodotti dalle donne sono più morbidi. Non posso confermarlo, è un’interpretazione di certi esperti. Non ci giurerei, io di vino ne bevo pochissimo”.

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