“Ma i bambini sono purosangue?”, “Ma di che razza sono?”. Una mamma adottiva che ha figli color cioccolata, a queste domande, si abitua in fretta. Rita Benzoni, mosaicista, trapiantata vent’anni fa da Ravenna in un paesino in provincia di Rovigo, l’aveva messo in conto. Era pronta a fare le barricate ma alla fine ha deciso di riderci sopra. Per il bene di Aitok e Mesay, 11 e 9 anni, etiopi, arrivati nel 2008. Tutte le domande più o meno imbarazzanti che ha dovuto affrontare le ha raccontate, insieme all’amico Vanni Destro, nel libro “Negri…?Neri…? Di colore…? Di carnagione! Storie di adozioni e pregiudizi”.
Rita, sdrammatizzare i commenti della gente è stato catartico anche per te?
“Sicuramente. Ironizzarci sopra non è servito solo a proteggere i bambini ma anche a riflettere sul fatto che spesso le persone non sanno davvero come porsi, hanno paura di offendere e quindi tirano fuori domande all’apparenza scomode”.
Non ci si rimane male? 
“Quando vedo che c’è ingenuità e buonafede, no. A volte c’è un po’ di cattiveria e una vena di razzismo. Allora sì, dentro di me mi arrabbio. E magari cerco di rispondere per far ragionare chi ho di fronte a me”.
Sono situazioni tragi-comiche?
“Spesso sì. Come al campo di calcio: senti alcuni genitori definire ‘il negro’ tuo figlio e poi, quando lui esce dagli spogliatoi e ti chiama ‘mamma’, sprofonderebbero”.
I tuoi bambini hanno vissuto il peso dell’essere di pelle scura?
“Il piccolo sì, soprattutto all’inizio. Diceva che io ero bella e lui brutto ma credo lo facesse per avere una conferma che lui fosse davvero come io lo avevo voluto, non tanto per una frustrazione sua”.
Come si risponde ad affermazioni simili?
“Io ho sempre giocato sul fatto che i miei bambini sono color Nutella e quindi sono buoni da mangiare. E poi ho ripetuto mille volte che i bianchi fanno di tutto per diventare scuri, d’estate. E loro sono fortunati ad esserlo già”.
Hanno amici “abbronzati” come loro?
“No, viviamo in un paesino piccolo, non è abituale che a scuola ci siano stranieri. C’è solo un bambino nordafricano ma ha la pelle ambrata, non è scuro come loro, che si definiscono ‘marroni'”.
Qual è stato il commento più pesante?
“Una volta una persona mi ha chiesto se i bimbi fossero purosangue e sinceramente non avevo capito che cosa volesse dire, mica sono bestie. Alla fine mi ha spiegato che intendeva sapere se fossero figli imbastarditi di genitori naturali. Assurdo, davvero”.
Problemi di integrazione, di fatto, quindi non ne hanno avuti?
“No, si sono integrati bene. Ovviamente, avendo genitori italiani, bianchi e inseriti nella comunità, hanno molti meno problemi di quelli che devono affrontare i figli di immigrati. I miei bambini per questo sono dei privilegiati”.
Non ti è mai venuto da offendere chi a sua volta ti offendeva?
“Sono una persona pacifica per natura. Quando mi sono trasferita in Veneto mi sono sentita un’immigrata chiara, mi chiamavano la ‘foresta’, il termine che usano qui per indicare chi viene da fuori. Mi guardavano con un certo distacco. Nel mio piccolo, dunque, ho vissuto l’esperienza di essere diversa”.
Ti è venuto facile, quindi, buttarla sul ridere?
“Abbastanza. Mi sono fatta aiutare da Roberto Bargna, un vignettista. E abbiamo scelto un titolo che evocasse proprio l’ironia. Un giorno una signora non sapeva come definire i miei figli e tentennò sul termine da usare: prima neri, poi negri. Alla fine coniò un originale ‘di carnagione'”.

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Commenti:
Ho cercato su Ibs e Amazon ma non trovo il libro. Dove posso trovarlo? Qual è l’editore? Grazie.
Caro Giacomo, può scrivere a cooperazione@mehala.org
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