Giada, un passato da Hikikomori: “Emicrania e bullismo, così mi sono chiusa in me stessa”

Oggi ha 21 anni e vuole fare la truccatrice nel modo del cinema ma ha passato parte dell’adolescenza chiusa in camera: “Non volevo più uscire. Stavo bene solo nel mio letto a leggere. Lì ero al sicuro. Non mi sono accorta di quanto mi stava accadendo. Non ero né depressa, né triste”

«Dire a un ritirato sociale che andrà tutto bene non ha senso. Bisogna stare loro accanto, ma senza opprimerli. Assecondare le loro passioni, ma non cercare di spingerli a fare più di quello che sentono». Giada Lelli oggi ha 21 anni e il ricordo di quando rimaneva per giorni e giorni chiusa in camera non è poi così lontano: «Un giorno mi sono trovata incagliata nella mia stanza, quasi senza accorgermene. C’è voluto tempo per imparare a uscirne. Se oggi, nel mio piccolo, posso fare qualcosa lo faccio. Per un po’ ho frequentato una ragazzina che faceva fatica ad andare a scuola. I miei genitori avevano conosciuto i suoi durante un incontro dell’associazione Hikikomori Genitori. Quando ero con lei, cercavo di farle capire che la capivo e che non era lei a essere sbagliata, ma che c’è qualcos’altro che non funziona».

Giada comincia a soffrire di emicrania all’età di 9 anni: «Il mal di testa mi bloccava a letto anche tre o quattro giorni a settimana. Mi sono sottoposta a tanti accertamenti ma senza nessuna diagnosi e cura. Solo stare al buio, sdraiata, contava». Giada non ha molti ricordi della sua infanzia e non sa bene perché. Pochi frammenti, come la sua casa, nella quale stava benissimo. Una delle poche immagini della scuola risale alla prima elementare: un’enorme lavagna interamente scritta e da ricopiare: «I miei genitori mi dicono che in seconda mi hanno cambiato classe. La maestra era così rigida che ci metteva una nota anche per un disegno che non era fatto come voleva lei».

Alle medie comincia a essere vittima di bullismo: «“Sei brutta!” Mi dicevano i compagni. Mi strappavano il diario. Mi davano fastidio ma, allo stesso tempo, mi escludevano dal gruppo. Lì per lì non mi rendevo conto, poi non presi seriamente la cosa e infine arrivai a tenermi tutto dentro. Ogni giorno era una presa in giro diversa, sull’aspetto fisico, su come parlavo. Ogni scusa era buona per accanirsi contro di me. Non mi sono mai spiegata il perché. Forse dopo la prima volta che ti prendono in giro ti presenti agli altri in maniera prevenuta. È come se emanassi qualcosa, come se lo sentissero, anche se non c’è nessuna ragione apparente».

Neanche a casa Giada si lamenta: «Se ero triste non si vedeva. Ero arrivata al punto che mi ero proprio rassegnata. Stavo a scuola le ore che dovevo, poi andavo a casa e non ci pensavo più. In realtà, a me studiare piaceva, infatti ero piuttosto bravina. Ma con i compagni non mi sono mai trovata bene».
In primo superiore le cose sembrano andar meglio: «Al Liceo Artistico, il primo anno mi sono trovata bene, avevo una classe tranquilla, ma purtroppo il mal di testa, spesso, tornava a farmi compagnia, soprattutto nei momenti di maggiore stress».

In terza superiore, quando le classi vengono rimescolate, la situazione precipita: «Per recuperare i giorni di assenza dovuti alla mia salute, i professori mi facevano fare delle interrogazioni programmate ma questo non piaceva ai miei nuovi compagni. Mi dicevano che era una scusa, che fingevo. Non li biasimo, credo che sia difficile capire quando qualcuno ha un male che non si vede». L’anno del terzo liceo è il momento in cui Giada si ritira in casa: «Non volevo più uscire. Stavo bene solo nel mio letto a leggere. Lì ero al sicuro. Non mi sono accorta di quanto mi stava accadendo. Non ero né depressa, né triste».

Giada si affeziona ai personaggi dei libri, a quelli delle serie TV e sviluppa la passione per i trucchi: «A un certo punto, è diventato chiaro, sia a me che a mia mamma, che io stavo male solo quando andavo a scuola. Per sei mesi sono rimasta in casa. Ho anche provato a ritornarci, ma il mal di testa mi assaliva».
I genitori di Giada le rimangono sempre accanto: «Mia madre mi ha capito presto. Anche a lei è capitato di vivere dei momenti neri nella sua vita. Papà era molto preoccupato. Sono stata anche da una psicologa ma la cosa mi ha fatto rinchiudere ancora di più in me stessa. Oltre alla mia famiglia c’è stata un’amica, di qualche anno più grande di me, che mi ha aiutato: veniva semplicemente a casa a portarmi la colazione o un fumetto. É grazie a lei che sono passata dalla mia stanza alla cucina».

Giada trasforma la passione per i trucchi in un lavoro: «Sono riuscita a frequentare una scuola di trucco cinematografico a Bologna e poi un corso di effetti speciali a Roma. Mi sono trovata bene in mezzo ai miei nuovi compagni. Sono tutti più grandi e focalizzati sull’imparare. Nessuno fa caso a me a come mi muovo o a come mi vesto». Anche i mal di testa vanno meglio: «Con il senno di poi credo che quei mal di testa mi salvavano da un ambiente nel quale non volevo stare. Sono cominciati così. Mi facevano stare nella mia confort zone. Nel 2016 ho fatto un incidente in auto e ora mi vengono anche a causa della cervicale, ma qualche volta è l’ansia che li genera. Li riconosco. So quando sono stanca, quando mi devo fermare. Conosco i miei limiti. A volte ci sono dei giorni che rimango a casa, ma non è più come prima. Ora mi serve per tranquillizzarmi, prima di rimettermi a fare le cose che mi interessano».

Adesso che Giada sta molto meglio, si rende conto di quanto stava male. «Ho fatto tanti passi avanti, ma non è finita. A volte, quando mi guardo allo specchio, ho delle crisi, perché non mi piace il mio viso. Prima, non uscivo da casa se non ero truccata, adesso comincio a farmene una ragione. Ci sono altre cose che mi piacciono di me, come il carattere. Sono una persona generosa, disponibile, che sa relazionarsi con gli altri. Sono una persona allegra».

Giada vuole lavorare nel cinema come truccatrice: «Ho da poco finito un master sulle barbe posticce. Ho fatto la truccatrice per un film che è stato girato a Bologna. Appena possibile mi piacerebbe andare a Londra o a Roma. Nel frattempo dovrei tornare a lavorare nella biblioteca di Forlimpopoli dove ho svolto un anno di servizio civile. Il trucco e il libri sono le mie grandi passioni, entrambi raccontano delle storie. E io amo le storie, compresa la mia».

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