Da operaia della Fiat a imprenditrice dell’arte orafa italiana, Anna Rita Pinto: “Mi sono fatta da sola”

“Io lo so che cosa significa avvitare un bullone con le mani imbrattate di grasso, io lo so spiegare che cos’è un motore a scoppio”. A vederla oggi, elegante e qualificata, Anna Rita Pinto non darebbe l’idea di essere stata, da giovanissima, un’operaia. Quarantotto anni, madre di tre figli e trasferitasi in Romagna nel 2012, da poco ha fondato la sua impresa, la JoyItalianLuxury, la piattaforma internazionale che promuove il Made in Italy di eccellenza, partendo dai distretti italiani nel campo dell’oreficeria, gioielleria e accessori e mettendoli in contatto con i clienti, che possono chiedere la personalizzazione direttamente sulla piattaforma digitale. Un progetto di internazionalizzazione a filiera corta, realizzato e messo a punto con il Master Executive in Entrepreneurship della Bologna Business School e che si è guadagnato una partnership con il distretto orafo di Valenza. Un progetto, inoltre, che è solo l’ultimo tassello di una vita familiare e professionale faticosa quanto avvincente.

“Sono nata a Termoli in una famiglia modesta – racconta Anna Rita -: mio padre faceva l’operaio nello stabilimento Fiat, ho un fratello maggiore con una disabilità neurologica e una sorella più grande. Dopo il liceo scientifico mi iscrissi ad Architettura a Roma, appassionata di arte e di design, ma al primo anno aspettavo il mio primo figlio, che oggi ha 27 anni. Tornai in Molise per crescere mio figlio e nel frattempo cambiai facoltà, scegliendo economia. I miei mi davano una mano, ma siccome la storia col padre di mio figlio, che avevo sposato ad appena vent’anni, stava tramontando, decisi che era il caso che mi mettessi a lavorare. Non volevo gravare nemmeno troppo sui miei genitori, che già dovevano gestire mio fratello”.

Un giorno, dopo un accordo sindacale che apriva le porte ai figli dei dipendenti Fiat sulla base della disponibilità dei genitori a lavorare sei giorni settimanali anziché cinque, il padre di Anna Rita tornò a casa con i moduli per la domanda e così Anna Rita si trova, in breve tempo, tra le linee di produzione. Nel giro di poco tempo, poi, la ragazza si fa notare per le sue capacità: “Lavoravo in un ambiente prevalentemente maschile dove farsi strada non era facile. Oltretutto, essendo la famiglia del padre di mio figlio benestante, qualcuno pensava che volessi rubare il posto a chi ne aveva bisogno, quando io ero la prima ad avere necessità di uno stipendio, visto che stavo crescendo il mio bambino praticamente da sola. A metà del 1999 diventai responsabile del reparto di montaggio Fire 16V, la prima donna a ricoprire quel ruolo a Termoli. Confrontarmi con gli ingegneri che venivano giù da Torino per me non era così assurdo, conoscevo la fisica, sapevo che cos’era un vettore”. Qualche tempo prima, investita della stima dei superiori, Anna Rita era stata scelta per la copertina di “Illustrato Fiat”, l’house organ della multinazionale: “Chi se lo sarebbe mai immaginato. A casa erano fieri di me, in azienda si parlava della ragazza di Termoli. Una soddisfazione per una persona seria e precisa, ma col sentimento del fallimento per aver rotto gli schemi rispetto ai valori della famiglia che le erano sempre appartenuti”.

Pur essendosi dedicata per anni solo al lavoro, allo studio e al figlio, Anna Rita a un certo punto ha evidentemente, dentro di sé, lo spazio per un nuovo amore e nel 2004 si risposa e decide di trasferirsi con il marito a Torino, dove viene presa come Supply Chain Contract Manager, sempre nel gruppo Fiat, e dove passa alla Scuola di amministrazione aziendale, un’università privata dove si laureerà, con 110 e lode, in Management d’Impresa: “Iniziai a seguire gli stabilimenti Powertrain Italia e Polonia, tra cui Mirafiori e a fare le trasferte dagli enti centrali di Torino verso Pratola Serra, Verrone, Termoli e Bielsko Biala, in Polonia. Poi, mentre iniziava la delocalizzazione, cominciai a seguire i processi di industrializzazione di Handling degli stabilimenti del Gruppo Fiat, lato Powertrain, di Russia, Cina, India e Brasile. Nel frattempo, ero diventata mamma del nostro primo figlio, ora tredicenne, e lo sarei diventata del secondo, che ne ha otto. Mio marito faceva la sua carriera, gli venne proposto di trasferirsi in Emilia Romagna, da una nuova azienda. E così mi sono dimessa, pensando che dopo tanto peregrinare, la famiglia sarebbe venuta, stavolta, al primo posto”.

Una volta in Romagna, però, Anna Rita non si adagia sugli allori: “Ho iniziato a lavorare per la Marini Fayat Group di Alfonsine, portando tutta la mia esperienza, la mia innovazione e il metodo di lavoro acquisito lavorando in una multinazionale come Fiat. Oggi mi occupo di redigere i costi standard, ma mi sono occupata davvero di una marea di aspetti, dalla riorganizzazione e innovazione del magazzino, alla sicurezza applicata ai contratti di appalto, ai contratti di acquisto e alla gestione della commodity electrical come buyer. Senza perdere, mai, la voglia di studiare”.

Due anni fa, sotto Natale, mentre il marito la porta in una gioielleria di Ravenna per regalarle un anello, Anna Rita ha un’intuizione: mettersi ancora sui libri per essere preparata in materia di e-commerce e marketing digitale. Così prende contatti con la Bologna Business School, che dopo un colloquio capisce di che stoffa è fatta e le propone una borsa di studio per pagare la metà dei costi dell’executive Master in entrepreneurship: “Sono entrata a corso già iniziato, concludendo il percorso a maggio di quest’anno, con il massimo dei voti. Durante il master ho iniziato a lavorare alla mia idea, che poi si è tradotta nell’apertura della mia società, che nei fatti si traduce in uno store in cui non ci sono intermediari. permettendo così di ridurre i prezzi e concedere il giusto valore ad ogni artigiano per la sua creazione. Per non farmi mancare nulla e capirne di più, ho frequentato anche un corso da orafa. La mia nuova strada è appena iniziata ma ho l’entusiasmo che da sempre mi contraddistingue. I sogni, alla fine, a volte si avverano”.

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