Mamma con figlio disabile licenziata da Ikea. Tutto legittimo

I comportamenti della donna sono stati “di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore”. Per questo motivo il licenziamento non è discriminatorio e la richiesta di reintegro è stata rigettata. La mamma separata con due figli, di cui uno disabile, ha perso la causa. L’Ikea ha vinto. Così ha sentenziato il giudice del lavoro di Milano al quale si era rivolta Marica Ricutti, la 39enne dipendente della multinazionale svedese messa a casa a fine 2017. L’azienda contestava il mancato rispetto dei turni di lavoro mentre la donna chiedeva il reintegro e il risarcimento del danno.

A marzo c’era già stato un primo pronunciamento da parte del tribunale, sempre favorevole alla filiale di Corsico della multinazionale. La donna, ritenendo la pronuncia “discriminatoria” si era rivolta di nuovo al tribunale che ieri ha confermato quanto deciso la scorsa primavera. Per il giudice, il comportamento valutato dal Contratto nazionale di lavoro “come esempio di condotta integrante gli estremi per il licenziamento disciplinare” è “l’insubordinazione verso i superiori accompagnata da comportamento oltraggioso” e il “comportamento oltraggioso” di Marica Ricutti, la donna licenziata, era già “pienamente integrato dall’accertata frase ‘mi avete rotto i c…'” pronunciata ad alta voce nei confronti di una superiore.

“In conclusione – scrive il giudice di merito, dopo che il ricorso contro il licenziamento era già stato respinto in fase istruttoria – i fatti disciplinarmente rilevanti e contestati dalla datrice di lavoro a Ricutti sono pienamente confermati e la difesa della ricorrente non ha introdotto ulteriori elementi per modificare il giudizio quanto alla proporzionalità del provvedimento espulsivo”. Il giudice, che è lo stesso autore dell’ordinanza in fase istruttoria, compensa le spese nel procedimento “in considerazione della particolare condizione delle parti, del fatto che la lavoratrice abbia seguito la vecchia turnazione anche in ragione del consiglio avuto dalla sindacalista e la frase ingiuriosa sia stata resa in un contesto di obiettive difficoltà familiari e lavorative”.

La donna, se aveva chiesto un orario più flessibile per potere accudire il figlio disabile. Dopo aver accettato di cambiare reparto, aveva chiesto comunque di non iniziare alle sette del mattino proprio per le sue particolari esigenze familiari. Ma le è stato contestato di non rispettare i turni: in due occasioni, in particolare, si sarebbe presentata al lavoro nella sede di Corsico in orari diversi da quelli previsti. La donna aveva ricevuto solidarietà da molti colleghi e da tutta Italia, diverse manifestazioni erano state organizzate per lei ma non è servito a nulla.

L’azienda aveva fatto sapere che, “pur avendo fatto il possibile per andare incontro alle richieste della lavoratrice, ha ritenuto non accettabili comportamenti che hanno compromesso la relazione di fiducia”. La signora Ricutti invece deve farsene una ragione: “Ho dato la mia vita a questa azienda che ora ha deciso di calpestare la mia dignità di donna, mamma e lavoratrice – aveva detto durante lo sciopero indetto dai sindacati per sensibilizzare l’opinione pubblica sul suo caso  –. Non ho chiesto privilegi, ma soltanto un modo per poter conciliare i tempi del lavoro con la mia difficile vita familiare”.

In questo articolo ci sono 0 commenti

Commenta

g