Rimini, cura tumore al seno con impacchi di argilla e rifiuta la chemio

Per curare il tumore al seno ha usato impacchi di argilla come antinfiammatorio ed è dimagrita 30 chili perché, come afferma qualche teoria, “se il corpo patisce la fame, anche il cancro patisce la fame e alla fine muore”. Adesso la donna, una 65enne madre di 3 figli, è ricoverata nel reparto di Chirurgia dell’ospedale di Santarcangelo. Ha subito un intervento chirurgico ma ha già fatto sapere ai medici che rifiuterà la chemioterapia. L’ennesima storia di ‘medicina alternativa’ arriva dalla cittadina clementina dove un anno fa scoppiò un caso analogo con una conclusione tragica: una 34enne riminese malata di cancro al seno, madre di due bambini di otto e dieci anni, morì dopo aver sperimentato le teorie del discusso dottor Ryke Geerd Hamer. Allora si parlò di impacchi di ricotta e decotti di ortica con successive mezze smentite e precisazioni ma la sostanza non cambia: la sfiducia nella medicina ‘ufficiale’ è la medesima.

Anche questa volta, come avvenuto precedentemente, a segnalare il caso al quotidiano il Resto del Carlino è il primario dell’ospedale di Santarcangelo, Domenico Samorani. Già per la vicenda della 34enne riminese il medico aveva  puntualizzato che “negli ultimi tre anni sono state almeno una decina le donne che hanno rifiutato radio e chemio: sono tutte morte”. Samorani precisa che il cancro asportato (non senza difficoltà: la donna è stata convinta pazientemente solo da uno dei figli dopo un tentativo di fuga dall’ospedale) pesava mezzo chilo ma soprattutto torna a scagliarsi contro chi dà certi consigli: “Si capisce che dietro ci sono personaggi che arrivano a dare questo genere di consigli, ma difficilmente si riesce a conoscere la loro identità”. Ora comincia la battaglia per fare accettare la chemioterapia alla signora. Non sarà facile perché, come specifica Samorani, tra chi si è presentato all’ospedale di Santarcangelo con tumori “curati nel modo più improbabile o non curati” ci sono anche persone con un alto livello di istruzione come ad esempio “un medico di Bologna”. Torna quindi più che mai attuale l’interrogativo che il primario si pose all’epoca della morte della 34enne: “Cosa possiamo fare noi chirurghi, Ordini dei medici, Aziende sanitarie, noi come persone per fermare questa follia?”

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