“Fatti vedere mentre ti provi il vestito”. Se la molestia avviene in negozio

Alice Lucchi

Avevo 15 anni. Passavo davanti a quel negozio tutti i giorni nel tragitto che facevo da casa al liceo classico di Ravenna. Mi fermavo a guardare sempre la vetrina con abiti firmati e stupendi, e soprattutto carissimi. Ma non entravo mai, sapendo che anche se mi fosse piaciuto qualcosa non avrei mai potuto comprarlo, eppure una volta non resistetti alla tentazione, mi innamorai di un abito di Dolce e Gabbana, sembrava uno di quelli che indossavano attrici e modelle.

“Salve, vorrei provare quell’abito in vetrina, taglia 38…”

Il commesso era un bell’uomo sulla quarantina, vestito in modo elegante, distinto, curato nei minimi dettagli, anche lui sembrava uscito da una soap opera o da una sfilata di moda, e fu molto gentile. “Ma certo signorina, glielo prendo subito”

Il vestito mi calzava a pennello, era perfetto, ma ovviamente sbirciando il cartellino constatai che, come temevo, il prezzo era assolutamente al di fuori dalla mia portata. Me lo tolsi e indossai di nuovo la felpa larga e i jeans, dicendo che ci avrei pensato. Lui capì che le mie remore nell’acquistarlo erano dovute al fattore economico. “Se mi fai un po’ di pubblicità e dici alle tue amiche che l’hai preso qui ti faccio un prezzo speciale”, azzardò.

Ma anche se mi avesse fatto il 50% di sconto non sarebbe cambiato nulla, era comunque troppo per me. Vedendo la mia reticenza e il mio imbarazzo, mi disse che potevo prendere il vestito, col proprietario se la vedeva lui, avrebbe detto che l’aveva rimandato in magazzino perché fallato: “Devi solo fare una cosa solo se ti va, vorrei guardarti mentre in camerino lo togli, e magari ti provi altre cose…”.

Rimasi pietrificata e ricordo benissimo quella sensazione di sentirmi in trappola. Volevo scappare, ma mi sentivo in colpa come se fossi tenuta a esaudire la sua richiesta dato che si era dimostrato così “gentile”, e mi sentivo sporca per il solo fatto di aver  ricevuto una simile proposta. Mi sentii violata, anche se non mi toccò nemmeno con un dito, e  dopo il mio rifiuto non insistette in nessun modo, ma non si aspettava che rinunciassi al vestito quando potevo averlo semplicemente esaudendo la sua “innocente richiesta”. Glielo lessi in faccia mentre scappavo verso l’uscita.

In questi giorni si parla tanto di molestie sessuali, della differenza tra molestie, violenze e avances. E così mi è tornato in mente questo episodio. Per quanto orribile, mi ha insegnato che non sempre un sopruso è accompagnato da violenza fisica. E c’è sempre un momento (non mi riferisco ovviamente ai casi di stupro in cui la vittima non ha modo di opporsi alla violenza) in cui sei tu a dover scegliere. E devi aggrapparti a quell’attimo con tutte le tue forze. Puoi dire sì, e se fossi stata anche solo un filo più debole forse sarei entrata in quel camerino, oppure puoi dire no e rifiutare qualsiasi compromesso. Più tardi capii che spesso non solo i vestiti hanno un prezzo, ma anche le persone. E sono loro a decidere di averlo.

Ogni tanto mi capita di passare davanti a dove un tempo c’era quel negozio. Ora al suo posto c’e un bar. Quando passo di lì sorrido con tenerezza, pensando a quella ragazzina che scappava via impaurita e spaventata. E sono orgogliosa di lei. Ora nel mio armadio ci saranno una dozzina di abiti di Dolce e Gabbana. Tutti hanno hanno  un prezzo. Ma l’unico che abbia un valore è quello che ho scelto di non prendere.

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