Ore e ore di treno con i bambini: questione di sopravvivenza

Sei ore di treno con i bambini sono qualcosa che mi mette ansia. Almeno, me l’ha messa la scorsa settimana, prima del viaggio Rimini-Monopoli.
Ma non ricordavo alcuni concetti.

Il primo è che i tre anni di età sono la svolta. L’anno scorso, con il piccolo di casa, sarebbe stato da spararsi. Invece, quest’anno è andata benissimo. A un tratto, al ritorno, mi si è avvicinato un papà semi-disperato con bimba di quasi due anni al seguito: “Non ce la faccio più. Mi mancano ancora sei ore, devo arrivare ad Alessandria. Perché tuo figlio sta seduto e gioca mentre la mia urla e si dimena?”. 

Il secondo è l’organizzazione. Avevo previsto, un po’ in modo maniacale, tutte le tappe del tragitto. Ed è filato tutto come da programma. La prima ora a mezza ho ‘intortato’ i bambini con i giochi di società. La seconda l’abbiamo dedicata a bagno, pranzo e gita al bar del Freccia Bianca (che trovandosi in testa al treno ha portato via un po’ di tempo, essendo noi nella carrozza sette). La terza è volata con il pisolino. La quarta, tra merenda, macchinine e costruzioni, l’abbiamo sfangata. Per finire con dosi massicce di Peppa Pig sull’Ipad. Perché se ne possono dire tante ma Peppa salva, a volte, dalla deriva.

Il terzo è il cibo. Ne serve tanto, vario, dolce e salato. La questione è sopravvivere, non fare attenzione a quanti zuccheri e a quante porcate ingurgitano i bambini. Sul treno per casa, dopo diversi giorni di focacce, orecchiette e taralli, davanti alle loro facce sporche di cioccolata, li ho semplicemente minacciati: “Da domani tutti a dieta, frutta e verdura per una settimana”.

A volte penso a quel papà. Sarà arrivato ad Alessandria? Ma soprattutto, in quali condizioni?

 

 

 

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