12030281_10206875331316154_4735994123421291107_oMetti una vita che non ti soddisfa, la voglia di cercare da un’altra parte la felicità, due figli piccoli e qualche risparmio con cui potresti, come la maggior parte delle persone fa, accendere un mutuo per la casa. A Elena Sacco, pubblicitaria milanese, a metà degli anni Novanta il “mollo tutto” ronzava spesso nelle orecchie. Almeno fino al momento in cui, con il compagno Claus e i figli Nicole, di sette anni, e Jonathan, di due settimane appena, decise che era arrivato il momento di partire. In barca, in giro per il mondo, per un tempo che sulla carta poteva essere quantificato in qualche mese ma che, poi, è stato di sette lunghi anni, di cui tre ai Caraibi e due in Polinesia. Due anni fa, spinta da un’agente letteraria che davanti alla sua storia era rimasta affascinata, Elena si è messa a riavvolgere i ricordi per raccontare quel viaggio che, se si considera anche che la crisi economica e sociale non stava incombendo, era se non altro controcorrente. Oggi quella storia è “Siamo liberi”, un libro edito da chiarelettere il cui messaggio non è certo “voltate le spalle alla vita e andatevene” bensì “la felicità non è altrove, la felicità è dove siete adesso, basta cercarla e inventarla”. Cosa che l’autrice ha capito tappa dopo tappa, quando si accorgeva di non essere mai contenta, nell’attesa che la meta successiva la soddisfacesse ancora di più.
Elena, oggi i suoi figli hanno 26 e 18 anni. Qual è stato, per loro, l’arricchimento più grande del vivere per mare così a lungo, lontano dagli schemi imposti dalla società?
“Nicole, che all’inizio del viaggio ha sofferto molto la solitudine, la lontananza dalle amichette dell’asilo e la precarietà delle relazioni, si porta dietro la bellezza del riuscire a capire senza troppe verifiche se con una persona c’è intesa oppure no, se quel rapporto ha senso di esistere e durare al di là delle separazioni che la vita a volte impone. Le è rimasta anche una grande capacità critica e di discernimento rispetto a fatti, luoghi e persone. E non si sente obbligata a fare una scelta perché è il branco a dettarla. Un senso di libertà mentale che il fratello Jonathan vive ancora di più, essendo nato praticamente in mare: a fatica riesce a stare dentro gli schemi, a capire il senso del dovere comune. Viaggia, insomma, su ritmi e modalità di apprendimento e interesse che sono esclusivamente i suoi”.
barca nave marePer Jonathan il rientro in società è stato parecchio faticoso: è divertente ma allo stesso tempo tragico leggere di come faticasse, nei primi mesi a Milano, a tenere le scarpe ai piedi o a non considerare Malpensa un’isola e il taxista un timoniere. Si sono persi qualcosa, i suoi bambini, a stare così lontano dalla città?
“Per loro è senz’altro difficilissimo integrarsi, essere inseriti nella logica imperante che vede primeggiare l’apparire rispetto all’essere. Ma la controparte del non essere animali sociali è che sono capaci di scegliere e di avere opinioni personali. Cosa che spesso i bambini di oggi non sono in grado di fare, perché i loro gusti sono imposti da alti e omologati”.
Lei la consiglierebbe, a distanza di quasi vent’anni dalla partenza, una fuga del genere?
“Assolutamente sì. Se avete voglia, tempo e possibilità, che non significa migliaia di euro da parte, provate, anche solo per qualche mese. Partire, andare dall’atra parte del mondo e vagabondare per vedere che cosa succede è meraviglioso. Chiaro che mollare tutto non basta: perché alla fine della fiera l’altrove che pensi sia la panacea in realtà sei tu con gli incontri che fai. Viaggiare è stupendo ma delegare ai luoghi il compito di trovare il nostro paradiso è sbagliato: sarò impopolare ma nonostante le fatiche del ritorno, quando a Milano non ho trovato più nulla di quello che avevo lasciato, il mio paradiso è qui dove faccio il lavoro che mi piace, qui dove se voglio prendo un volo low cost e raggiungo il Salento o la Sardegna in un’ora, qui dove mi sento ancora nell’ombelico del mondo”.

Elena Sacco
Elena Sacco

Qual è stato l’impatto più forte, una volta scesa dalla barca?
“Logiche lavorative che non conoscevo, clienti scomparsi insieme alla mia azienda, amici con famiglie sfasciate e con bambini collocati nelle agende delle baby sitter. Per me, che ero scappata quando tutti restavano, spinta da una tristezza inerme, non è stato semplice. Ma avevo già capito che i pro e i contro sono ovunque, anche nella Polinesia che ho tanta amato ma nella quale abbiamo vissuto le logiche pseudo-mafiose di chi ci ricattava per darci la possibilità di restare. Anche il luogo più incantevole ha delle falle pazzesche”.
Tornando indietro, com’è stato educare due bambini in quelle condizioni così singolari?
“Credo sia stata la parte più difficile ma anche più affascinante, che ha compreso anche il compito di istruire Nicole, alla quale ho fatto da insegnante. Quella è una condizione che come genitore ti mette parecchio alla prova: non puoi certo affidarti ai manuali, devi ricorrere al buon senso, quel buon senso che i genitori di oggi dovrebbero tornare a fare proprio. Oggi Nicole sta per finire Psicologia e si specializzerà in arteterapia. Jonathan, che è un rapper di tutto rispetto, studia al liceo artistico indirizzo multimedialità: vorrebbe lavorare nell’ambito del suono. La nostra storia di resilienza ha dato i suoi frutti”.