“Parlare di bullismo a scuola? Sempre più difficile”: Ravenna aderisce alla petizione nazionale

bullismo, bimbo, solitudineUn’opera di ostruzionismo strisciante, anche a livello burocratico. Lo denuncia Arcigay Frida Byron, l’associazione ravennate che ha appena aderito alla petizione nazionale “Stop omofobia a scuola” (qui il link dove firmarla), che nel testo sfodera un dato agghiacciante: per ogni anno scolastico, in Italia si contano oltre 100mila vittime di bullismo omofobico. Il tema è a dir poco caldo: la settimana scorsa, fuori da una scuola media del forese, un ragazzino è stato spintonato e denudato e la scena ripresa con un telefonino e inviata alla classe intera via WhatsApp. Parlare di bullismo a scuola è diventato sempre più difficile, come spiega il presidente dell’Arcigay ravennate Bruno Moroni.
Due anni fa, in alcuni istituti superiori della città, avete portato un progetto di contrasto al bullismo che si ispirava al modello britannico. Nessun seguito?
“Purtroppo no. Andare nelle scuole a parlare di bullismo può sembrare all’apparenza un’operazione semplice ma nei fatti è difficilissimo, anche perché con tutta la battaglia ideologica in atto e l’attacco frontale, i genitori sono terrorizzati da alcune parole che considerano demoniache. Spesso chi si oppone ai progetti che mirano solo a decostruire gli stereotipi e a fare prevenzione rispetto al bullismo, non sanno nemmeno che cosa succede dentro una classe, dove fior fiori di psicologi preparati affrontano temi delicati e importanti e non iniettano certo nella testa degli adolescenti strane idee”.
Diciamolo una volta per tutto: che cosa viene raccontato ai ragazzini e alle ragazzine?
“La generazione attuale di adolescenti ha un’occasione enorme: quella di crescere senza l’idea che le donne vadano relegate in cucina e gli uomini vadano a combattere per loro. Tutta questa retorica, che non consente ai nostri figli di capire che anche le donne possono fare le camioniste e che se un maschietto gioca a bambole magari sviluppa un briciolo di paternità e non per forza è gay, mantiene in piedi un eterosessismo maschilista e una struttura patriarcale tutta italiana. Nelle classi, semplicemente, si fa un lavoro di riconoscimento dei modelli e degli stereotipi che attribuiscono certe caratteristiche ai maschi e altre alle femmine. Si insegna a superare la visione secondo la quale i maschi non piangono”.
I detrattori hanno, secondo voi, un obiettivo preciso?
“Si tratta di una strategia sottile per silenziare le richieste di diritti delle persone Lgbt. Fa male vedere come le informazioni vengano distorte ad hoc, per esempio facendo il lavaggio del cervello ai genitori. Ero a Londra qualche giorno fa: un’amica docente di chimica alle medie mi raccontava come lì gli insegnanti siano costretti a intervenire ogni volta che ci siano, a parte degli allievi, atteggiamenti razzisti o omofobici, per evitare che il pregiudizio si diffonda”.
Da noi, invece?
“Nulla di tutto ciò. Ai nostri insegnanti nessuno dice come trattare l’argomento, come reagire in caso di episodi di bullismo. Manca del tutto una direttiva nazionale chiara. E nei dibattiti pubblici emerge solo l’incompetenza, con figuracce plateali e assurde. E il grande pubblico, come sempre abbocca”.

Qui il report 2010 di Arcigay sul bullismo omofobico
Sul tema del bullismo avevamo intervistato poco tempo fa anche Teresa Manes, mamma di Andrea Spezzacatena, morto suicida a 15 anni perché vittima di bullismo omofobico.

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Commenti:

  1. Alla domanda “Diciamolo una volta per tutto: che cosa viene raccontato ai ragazzini e alle ragazzine?” mica si è avuto il coraggio di rispondere.

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