Caramelle e angioletti, fiocchi e bambagia. Nulla di tutto ciò: la giornalista e scrittrice Lucia Vastano ha frequentato da piccola la scuola Montessori. Ed è convinta che ai bambini non vada raccontato un mondo paradisiaco dove tutto procede a meraviglia: “Il mondo è un altro, la vita è diversa e riserva anche brutte sorprese. Ho sempre pensato che ai bambini, nei modi giusti, i fatti vadano spiegati per come sono successi, senza fronzoli”. Lunedì 12 agosto alle ore 21 Lucia sarà a “Estate a Libro Adriano”: in piazza Vivaldi a Lido Adriano racconterà ai più piccoli il disastro del Vajont, di cui si è occupata nel libro-inchiesta “Vajont. L’onda lunga” (Ponte alle Grazie) e che poi ha voluto porre all’attenzione dei bambini in età scolare con “I palloncini del Vajont. Storia di una diga cattiva” (Sinbad Press Editore).
Sono passati cinquant’anni dalla tragedia del Vajont. Che cosa ti ha spinta a raccontarla?
“Puro caso. Nel 2001 ero appena tornata dall’Afghanistan e mi mandarono a seguire la conferenza stampa del film ‘La diga del disonore’ di Renzo Martinelli. Facemmo notte ad ascoltare le testimonianze, in particolare di una superstite che affermava di non avere più fiducia nei giornalisti. Mi rimboccai le maniche: avrei raccontato io le truffe, i risarcimenti, la ricostruzione, la memoria. Quanto al processo, è stato ben coperto da Marco Paolini”. 
E il progetto sui bambini, com’è arrivato?
“Mi piaceva l’idea di collegare vite lontane del tempo per attivare il meccanismo della memoria. Nel libro spiego che cos’è successo al Vajont, senza risparmiare nulla. C’è un nonno che racconta quella brutta storia ai suoi nipotini, aiutandoli a riflettere sugli errori, sulla fiducia, sulla partecipazione, sulla democrazia. Allo stesso tempo, con il suo racconto, recupera la tradizione dell’infanzia di cinquant’anni fa: parla di come vivevano quei bambini, del fatto che aiutavano i genitori in casa e nel lavoro. Riconoscendosi nei loro coetanei vissuti cinquant’anni prima, i bambini di identificano. E portano a loro valori ormai scomparsi: la fatica per un obiettivo comune, il legame con la famiglia”.
Un’operazione che andrebbe portata forse anche nelle scuole…
“Sì, tanto è vero che ho presentato il libro in alcuni istituti, ricevendo grande apprezzamento da parte degli insegnanti. Sono convinta che l’educazione culturale debba partire dalle prime classi, dalle elementari. Non a caso le domande che mi hanno rivolto i bambini più piccoli sono le più pertinenti, le più curiose. Più avanti nel tempo, è come se i ragazzi si addormentassero, come se non riuscissero ad uscire dallo schema che vede la scuola fare rima con lezione, interrogazione, compito in classe”.
Che insegnamento traggono, i bambini, dal racconto di fatti storici anche crudi e violenti?
“Diventano consapevoli. L’anno scorso, al presidio organizzato al Vajont, abbiamo fatto nomi e cognomi dei minori di 15 anni che persero la vita nel 1963. Furono 487 in tutto. Abbiamo consegnato ai bambini un palloncino per ogni loro coetaneo scomparso. Cosa che sarebbe bello replicare anche a Lido Adriano. Ha un grande impatto sui piccoli, sì. Ma anche sui grandi. Un conto è dare cifre generiche sui morti, un altro è identificarli”.
Di morte, in fondo, si parla in tutte le salse anche nei giochi per bambini…
“Con una differenza: che la morte in televisione e nei videogiochi assuefa all’idea della violenza. Raccontata in forma di storia, invece, educa”.
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