I suoi alunni leggono la Costituzione in cortile, sotto un albero. Vanno alla fiera del consumo equosolidale a scoprire che una pera biologica non ha un cattivo sapore, anzi. I suoi alunni escono dalla scuola, si mescolano alla società. E la fanno entrare in classe, la vita che c’è fuori. Alex Corlazzoli fino a trent’anni ha fatto il giornalista precario. Poi ha deciso che precario per precario, tanto valeva mettersi a fare il maestro. Perché quando non sai se domani lavorerai, è meglio non saperlo insieme ai bambini. La sua piccola grande rivoluzione dell’insegnamento Alex la racconterà domani sera, martedì 30 aprile, alle 20,30 al teatro della scuola media Strocchi di Faenza (via Cardichio, 5). Ad invitarlo per presentare il suo libro “La scuola che resiste” (Chiarelettere) è stato il Comitato genitori della scuola, che ha coinvolto anche Elena Campacci e Alberto Rabitti, colleghi e amici di Gianfranco Zavalloni, il celebre maestro nonché teorico della pedagogia della lumaca, scomparso lo scorso anno.
Alex, dove insegni al momento?
“Nelle campagne della provincia di Cremona, in un paese dove le figure chiave sono ancora il sindaco, il medico, il prete e appunto il maestro. Da sette anni faccio il maestro-giostra: è una definizione che uso per raccontare il precariato ai bambini. Monto la mia giostra in una scuola, li faccio divertire, conosco i genitori e poi smonto, con destinazione chissà dove”.
Che cosa ti scandalizza di più di questo sistema, al di là del fatto che ogni anno, a giugno, non sai se a settembre riavrai uno stipendio?
“Il dramma è che chi insegna non ha più un’idea intorno alla scuola. Non c’è un movimento di riflessione, come avveniva per esempio ai tempi di Mario Lodi. Oggi i maestri vidimano, registrano, firmano, compilano: questi sono purtroppo i verbi della scuola. Io la chiamo burocratopoli. Ci siamo dimenticati che i nostri datori di lavoro sono i bambini”.
A che cosa cerca di resistere la tua battaglia di maestro?
“A quello che è stato lo smontaggio della scuola pubblica italiana, non solo da parte del ministro Gelmini. Troppo facile attaccare lei. Da decenni non s’investe. Le ultime classifiche dell’Ocse dicono che siamo 28esimi in Europa per la spesa in avanzamento tecnologico. Dopo di noi ci sono la Grecia e la Romania. In uno dei due plessi in cui insegno, non riesco nemmeno ad andare su Google Maps”.
Perché? Che cosa manca?
“C’è il computer ma non c’è l’Adsl: il 24% delle scuole è senza. Ciò che dovrebbe essere una necessità urgente, il 2.0, viene visto come un tempo Galilei dalla Chiesa, un’eresia. I ragazzi Facebook e
Twitter li usano appena escono da scuola, perché non li dobbiamo portare anche al suo interno? Io noto uno scollamento tra la scuola e il mondo esterno: in mezzo ci sono troppi muri, troppe ringhiere. Le porte e le finestre delle mie classi sono aperte. Due settimane fa è venuta Rita Borsellino e i ragazzi l’hanno intervistata”.
Che cosa salveresti della scuola di trent’anni fa di Teresa, che è stata la tua maestra e che in un capitolo del libro dialoga con te in un confronto tra epoche?
“Salverei i rapporti umani. La maestra Teresa e quelli come lei potevano permettersi di prendere un alunno sulle ginocchia, di fargli una carezza. Oggi non si può fare, si rischia di tutto”.
Tu lo fai comunque?
“Io vado avanti con santa incoscienza. E riesco ad avere un rapporto positivo con i bambini. Cosa c’è di più bello della scena finale del film Monsieur Lahzar, quando il maestro abbraccia la bambina?”.
Qualcosa ci sarà da buttar via, della scuola di Teresa…
“Butterei all’aria la mania della preghiera prima di entrare in classe. La commistione tra religione cattolica e scuola ha ancora troppi strascichi. Lo dice uno che come punto di riferimento per la crescita ha avuto un prete, don Mario. Oggi sono ateo ma gli devo tanto. Così come adoro l’esempio di Don Milani”.
Hai in testa il modello di Barbiana?
“La mia scuola ideale è quella che parte dall’esperienza dei bambini, da ciò che sono loro. La mia scuola ideale è protagonista reale del passaggio di testimone. Troppi dicono agli alunni: ‘Voi siete il futuro’. È sbagliato: dobbiamo costruire il presente. Gli studenti devono avere voce in capitolo. Nell’ambito di un patto con gli insegnanti, devono decidere di più”.
Facci un esempio pratico…
“Parto dal quotidiano: perché l’intervallo deve essere una pausa di quindici minuti fissa, sempre alla stessa ora? Se il bambino ha bisogno di decantare in un altro momento, di vedere il sole e il cielo fuori da quella regola, perché gli deve essere impedito?”.
Belle suggestioni: non ti senti un lupo solitario, uno che combatte contro i mulini a vento?
“Mi sento un folle, questo sì. Mi sento lasciato solo da dirigenti, sindacati, colleghi. Due anni fa ho fatto cinque giorni di sciopero della fame per denunciare il precariato: io in quel momento il posto l’avevo. I colleghi non sono venuti. In Italia si sta morendo di indifferenza. Io insegno ai miei alunni a protestare”.
Ci saranno altri maestri illuminati che vanno avanti per la loro strada, nonostante tutto…
“C’è pieno di Alex Corlazzoli, portatori di esperienze magnifiche. Ma non c’è una rete, non ci si confronta più. Ai miei colleghi riesco per fortuna a lanciare qualche messaggio e qualcuno inizia a seguirmi: quando finisce il toner per la stampante non bisogna portarlo da casa, sennò si fa assistenzialismo. Bisogna denunciarlo”.
Sei sicuro che farai il maestro a vita?
“In realtà continuo anche a fare il giornalista. Quello del maestro è un bellissimo mestiere ma la vocazione non c’entra. Continuerò ad entrare in classe finché riuscirò a farlo con il sorriso. Senza no, sarebbe deleterio per i bambini”.
Informazioni sull’incontro allo 0546 634239
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Commenti:
La solita retorica, a palate!
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