Se tornassero indietro, i figli, mica li farebbero. Sono 23 mamme le cui storie sono state raccolte dalla sociologa israeliana Orna Donath, ricercatrice della Ben Gurion University, nel saggio“Regretting Motherhood”, che da un lato ha scatenato la polemica, dall’altro ha contribuito a sbriciolare un tabù: quello della maternità per forza di cose felice e appagante.
Come scrive “D di Repubblica” il dibattito scaturito dal libro si sta diffondendo da Gerusalemme fino a Norvegia, Svezia, Finlandia, Austria, Estonia. Ma è in Germania che il tema sta monopolizzando i media.
A chi l’ha accusata di aver scelto un campione ridotto e quindi poco rappresentativo, Donath ha risposto che la statistica non è l’unico modo per comprendere la vita. L’autrice, che mai nella vita ha desiderato figli, ha anche raccontato di essere stata sempre perseguitata dall’anatema “un giorno te ne pentirai”.
Donath ha invitato a non confondere il concetto di pentimento rispetto alla maternità con l’ambivalenza del sentimento materno: “Negli ultimi vent’anni è stato scritto molto sul secondo aspetto, nulla sul primo. In accademia, ma anche sui social network, la discussione è sempre sull’ambivalenza tra l’amore e il fardello di aver generato di un figlio, tra la voglia di restare e di fuggire. Fino a oggi non c’erano saggi su chi dice senza mezzi termini: ‘Fatto un bilancio di questa condizione, non ne vale la pena, il sorriso di mio figlio non mi compensa di tutti gli altri obblighi dell’essere madre’. Le polemiche dimostrano che la società fatica ad accettare questa dissacrazione del mito materno”.
Per la sociologa pentirsi di essere diventata madre non significa odiare i propri figli ma odiare l’idea di essere la loro mamma.
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