Dario De Marco: “Mammo, io? Che brutto suono. Sono solo dipendente da mia figlia”

dario Prepara la ricotta in casa, cambia pannolini, culla i figli quando piangono la notte, li porta ai giardinetti. Ma a Dario De Marco, giornalista e autore di “Mia figlia spiegata a mia figlia. La mia dipendenza da…mia figlia” (LiberAria), la definizione di “mammo” proprio non piace: “Ha un brutto suono. E un forte sottinteso maschilista”. Eppure se l’è sentito dire spesso quando la figlia maggiore, sei anni e mezzo, era più piccola, e lui, rimasto senza lavoro proprio in concomitanza con la sua nascita, si è trovato a gestirla per molto tempo, forse di più rispetto a quello che le dedicava la compagna. Anche se poi, il calcolo dei minuti, mica conta: “Per me la parità di diritti e doveri tra uomo e donna nell’organizzazione familiare è un concetto sacrosanto, senza star lì a contare quanto tempo passa uno con i figli e quanto ne passa l’altro, che cosa fa la mamma e che cosa fa il papà”.

Non a caso, ora che in casa c’è pure un neonato di due mesi, Dario – riavvolgendo il nastro  e rivedendosi padre per la prima volta – non si fa mancare i sensi di colpa: “Adesso sono più impegnato fuori rispetto ad allora e, avendo fatto tanto per la prima figlia, avverto sempre il bisogno di impegnarmi altrettanto per il secondo”. Cosa abbastanza gestibile visto che Mamma Soja (così è chiamata nel libro) lavora da casa e Dario, la mattina, è il più delle volte libero. E cosa che gli consente, ancora, di aggiornare il blog “Solo papà”. Lì dove se un uomo lava i piatti è normale perché, come ha detto di recente Claudio Rossi Marcelli (papà omosessuale e autore di “Hello daddy!”), è arrivata l’ora di smettere di santificare i papà che fanno i papà.

E Dario lo sa bene: soprattutto perché, sollecitato dall’editor di LiberAria che gli faceva notare quanto lui, come padre, fosse piuttosto dipendente dalla sua bambina Patata (e non solo innamorato pazzo di lei), ha dovuto ammettere che sì, quel rapporto era diventato una dipendenza, “solo che quando ci sei in mezzo non te ne rendi conto, un po’ come quando i fumatori dicono ‘smetto quando voglio'”. Ma non si sente solo, uno come lui, nonostante gli sguardi tra l’ammirato e l’invidioso che le mamme gli gettano addosso tra gli scivoli dei giardinetti e nonostante si sia ritrovato spesso in veri e propri ginecei di mamme: “La realtà è diversa, il cambiamento sociale è sotto gli occhi. Ci sono coppie in cui lei guadagna più di lui e gestisce i figli. Bisogna guardare a tutto questo con una chiave di lettura diversa, che non è certo quella del mammo”.

Dario De Marco
Dario De Marco

Sarà perché a Dario, occuparsi dei bambini, viene naturale. Sarà che è meno ansioso e apprensivo della compagna e quindi necessario a compensarla. Sarà che quando ti ritrovi un neonato per le mani non stai tanto a chiederti il perché e il percome ma fai e basta. Magari ricalcando il modello dei tuoi, di genitori. Quelli che da figlio criticavi e ti ripromettevi di non imitare mai: “A volte mi stupisco di certe frasi che mi escono dalla bocca. Sono le stese identiche che diceva a me mia madre. Forse, quando diventi genitore, scatta qualcosa di ereditario e ancestrale”.

E la vita di prima? Semplicemente non c’è più. Ma te ne ricordi quando noti come gli amici senza figli non sappiano godersi i momenti di ozio o quando raccontano di dormire a oltranza la domenica mattina. Mantenere le relazioni con i “childless” non è cosa da poco, del resto: “Alcuni provano a capirti, anche se mai immagineranno quello che stai passando. Alcuni fanno domande appropriate, segno che almeno ci provano a capire le tue esigenze. Altri, invece, non ce la possono fare: te ne rendi conto quanto ti dicono che anche il loro gatto ha le unghie affilate come tuo figlio”.

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