Autismo, la regista che insegna a riconoscerlo. Per fare “otto passi avanti”

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Selene Colombo

Se solo il vicino di casa, la baby sitter, la donna delle pulizie attivassero un campanello d’allarme nel vedere che quel bambino non si comporta come la sua età farebbe presupporre, saremmo già otto passi avanti. Il titolo “Ocho pasos adelante” nasce da qui. Selene Colombo, regista del documentario sull’autismo che ha prodotto con la sorella Sabina, dopo i mesi trascorsi nel centro Panaacea di Buenos Aires a girare e girare e quelli passati in Italia a montare e montare, è diventata un’esperta. Con la sorella – e alcuni specialisti – ha iniziato due mesi fa a fare formazione agli educatori di nido nel Lazio. E spera che anche altri Comuni e Regioni la contattino. Perché, racconta, “la ricerca va avanti ma la consapevolezza no”.
Selene, da dove nasce il vostro interesse per l’autismo?
“Non abbiamo nessun legame familiare con questo problema. Fino a due anni fa non sapevamo nemmeno che cosa fosse. Poi, siamo inciampate nella storia del centro Panacea. Io vivevo a Buenos Aires e quando sono entrata la prima volta, mi aspettavo di trovare tanta tristezza. Al contrario, ho scoperto un luogo di allegria, dove le famiglie sono coinvolte in pieno nell’apprendere le tecniche per migliorare la vita dei loro figli. Miglioramenti tangibili, che abbiamo potuto vedere a occhio nudo”.
L’idea iniziale era di produrre un cortometraggio. Poi, invece, vi siete ritrovate con 400 ore di girato. Che cosa è successo?
“Volevamo filmare un test comportamentale su una bambina normotipica. Poi, frequentando le famiglie, ce ne siamo innamorate e abbiamo deciso di produrre un film. Oggi è una soddisfazione vedere che viene proiettato in ambito universitario negli Stati Uniti”.
La vostra è diventata una battaglia sociale. Quale?
“Dare poche nozioni ma giuste. La cosa più sbagliata, di fronte ad un bambino di due anni che non parla e non sorride, è sottovalutare la cosa. Educatori, genitori, vicini di casa, medici hanno molte difficoltà a riconoscere che qualcosa non va e che è necessario intervenire”.
Se lo si fa precocemente si può sperare di invertire una rotta già tracciata?
“Assolutamente sì. Non si conosce ancora la causa dell’autismo, non lo si può prevenire e nessun trattamento è miracoloso, senza contare che lo spettro è enorme. Ma certi segnali vanno letti in tempo. Il cervello, fino ai cinque anni, è nel clou del suo sviluppo. Se a 18 mesi ci accorgiamo di qualcosa di anomalo, non perdiamo tempo: portiamo il bambino dal neuropsichiatra”.
Quali sono i segnali a cui prestare attenzione?
“Se il bambino sorride poco, se quando lo guardiamo lui non ci guarda o non regge lo sguardo, se gli indichiamo qualcosa e non gira la testa, se non ci indica l’acqua quando vuole l’acqua, se non parla, se non mostra volontà di condivisione o empatia”.
Siete anche autrici di un articolo della legge sull’autismo che dovrebbe passare in questi giorni in Senato. Quale?
“Quello sullo screening neonatale, che renderebbe obbligatorio, sui bambini piccoli, la rilevazione detta CHAT”.

Qui il sito del film
Qui sotto il trailer di “Ocho pasos adelante”

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