Come si fa a valutare la vulnerabilità dei bambini? La Regione Emilia-Romagna si è affidata al Canada, con il quale nel 2012 è nata una partnership che ha preso il nome di KIPI (Kids in Places Initiative): un progetto che l’Agenzia sanitaria e sociale porterà avanti fino all’anno prossimo insieme all’Università di Carleton, Ottawa. L’idea nasce da un assunto: i primi anni di vita hanno un’importanza fondamentale per la salute del bambino. “Se la crescita avviene in contesti sfavorevoli, influenza la salute futura dal punto di vista fisico, psicologico e relazionale”. Lo spiega Chiara Reali, coordinatrice di Kipi: domani lo racconterà anche al convegno “Crescere alla grande!” in programma dalle 9,30 alle 13 in Regione (Viale della Fiera, 8 a Bologna). Un momento nel quale verranno fornite anche le prime indicazioni rilevate. Un esempio? I bambini che frequentano classi omogenee per età alla materna hanno indici di vulnerabilità peggiori rispetto a quelli che frequentano classi più eterogenee per età (in cui i bambini hanno da 3 a 5 anni). Interessante è il confronto tra gli esiti di bambini che hanno frequentato i nidi d’infanzia e non: i bambini provenienti dai nidi hanno indici di vulnerabilità più bassi su quasi tutte le scale (ad eccezione della salute fisica).
Come vi sta aiutando il Canada ad intercettare le fragilità dei bambini?
“Il Canada ha da dieci anni uno strumento che si chiama Early Development Instrument (EDI) e che abbiamo adottato anche noi: i dati non sono ancora definitivi ma da una prima valutazione effettuata su sviluppo fisico, sviluppo cognitivo e linguistico, maturità emotiva, competenze sociali e capacità comunicative e di conoscenza generale, ci siamo accorti che il 25% dei bambini di cinque anni ha una vulnerabilità in uno, almeno, dei cinque assi”.
Su quale territorio state lavorando?
“Cesena, Bologna e Parma si sono candidate da sole. Abbiamo aggiunto anche Novi/Rovereto, una zona del modenese colpita dal terremoto. In questi territori stiamo attivando dei tavoli locali ai quali non parteciperanno solo il mondo della scuola, della sanità e del sociale. Vogliamo allargare i gruppi di lavoro anche ad altri interlocutori: teatri, centri per l’infanzia, associazioni sportive. L’ambiente di vita di un bambino è molto ampio e ci interessa la voce di tutti coloro che vi ruotano intorno”.
I dati definitivi a che cosa porteranno, nel concreto?
“L’indice di vulnerabilità è importante perché ci descrive un territorio sulla base dei bambini che lo abitano. Ci dice quanto sta facendo un territorio per loro. I dati ci serviranno ad individuare i bisogni di salute, a valutare l’efficacia di interventi già in corso, a capire le potenzialità di sviluppo”.
Siamo sicuri che la scuola sia pronta a capire le esigenze di ogni bambino?
“Il progetto Kipi individua la scuola come una protagonista, nella convinzione che è lì che si realizza la quotidianità dei bambini. Ci piacerebbe nascessero delle collaborazioni tra scuola e mondo socio-sanitario: non solo su casi specifici segnalati ma in generale. La scuola, nel suo mandato, ha la promozione della salute del bambino. In Canada, abiamo visto, è a scuola che convergono tutti i servizi dedicati all’infanzia”.
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