Quando i bambini cambiano improvvisamente, non mangiano, presentano comportamenti autolesionisti, oppure quelli più grandi manifestano rabbia, chiusura o mettono in atto comportamenti delinquenziali bisogna assolutamente chiedersi che cosa gli stia accadendo. Sono questi alcuni dei segnali che possono far pensare ad un abuso? Ne parliamo con Marisa Bianchin, direttore del distretto sanitario di Lugo, che curerà un doppio appuntamento di formazione provinciale intersettoriale “Abuso e maltrattamento in danno ai minori” che si terrà il 25 novembre e il 17 dicembre presso la Sala Bussolotto in Via Fiume Montone Abbandonato, 134 a Ravenna.
Quali sono i segnali che ci fanno pensare all’abuso?
“I segnali possono essere tanti e diversi. Nei più piccoli i problemi alimentari o piccoli incidenti domestici che accadono di frequente. Negli adolescenti, sono le condotte anomale che potrebbero essere i campanelli di allarme di un presunto abuso. Oppure disturbi della condotta, problemi scolastici, una certa chiusura da parte del soggetto, chiamata ‘timorosità sociale’ o all’opposto un atteggiamento aggressivo e strafottente che ricade nelle ‘condotte asociali’. Ma un errore che non deve mai essere commesso è quello di creare automatismo tra il segnale e la violenza, non è mai così consequenziale, bisogna sempre indagare quando sono evidenti comportamenti non coerenti con il normale sviluppo, ma non scendere a conclusioni affrettate”.
Quali sono i dati epidemiologici sugli abusi sui minori?
“La prima indagine nazionale sulla violenza sui minori, datata 2012, è stata fatta dal Cismai (coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento) su un campione dei comuni di tutto il territorio italiano e ci dice che la prevalenza di abuso sui minori 0-17 anni è di 1 su 100, mentre quella dei bambini presi in carico dai servizi sociali è del 15,4%. Di quelli presi in carico il 52, 5 % sono femmine, il 47,5% sono maschi. Si tratta di bambini che si trovano ad affrontare tipologie di abuso differenti. La più comune è quella di “trascuratezza materiale” che non è necessariamente collegata allo status economico. Infatti si è portati a pensare che la trascuratezza sia maggiore nelle famiglie indigenti, ma l’abuso è indipendente dal reddito. A seguire, con il 16,6% c’è la violenza assistita. Si tratta di minori che assistono alla violenza di solito del padre nei confronti della madre o di un fratello o di una sorella più grande. Il 12,8% riguarda il maltrattamento psicologico. Il 6,7% dei casi è legato all’abuso sessuale, il 6,1% chiama in causa una psicopatologia delle cure, quando queste sono carenti o al contrario eccessive, due modalità di cura che possono essere entrambe deleterie per il bambino. Infine il 4,8 % riflette invece i maltrattamenti fisici, come le botte”.
Come si interviene in caso di violenza?
“Si fa immediatamente una segnalazione alle autorità giudiziarie che decidono come intervenire. Di solito, vengono allertati i servizi sociali che prendono in carico la famiglia o il minore e possono sia allontanarlo oppure mettere in atto degli interventi specifici. Si procede con una valutazione e una diagnosi da parte degli psicologi e dei neuropsichiatri infantili. Quando c’è margine di ripresa, come nel caso di trascuratezza materiale che quasi mai è legata alla malevolenza dei genitori, si tenta di aiutare la famiglia per aiutare di conseguenza il minore”.
Cosa si può fare per prevenire la violenza sui bambini?
“Si può cercare di individuare il prima possibile una situazione a rischio, e questo lo si fa instaurando un dialogo con i bambini. Pensare alla salute dei più piccoli significa farli parlare, ascoltarli, lasciarli esprimere, creare una relazione solida e rassicurante. Purtroppo non si può entrare nelle modalità di rapporto e di relazione di tutte le famiglie, è la nostra società che che ha delle carenze. Avremmo bisogno di un Welfare di comunità, ma siamo ancora abbastanza lontani dall’ottenerlo. Ciò che possiamo fare è unire le forze e le risorse per scovare un fenomeno sommerso che tende a rimanere nel sottosuolo delle storie delle famiglie”.
Qual è l’obiettivo del seminario?
“Questi incontri sono rivolti a tutte quelle figure che vengono chiamate in causa quando si parla di abuso sui minori: assistenti sociali, educatori, pediatri, neuropsichiatri infantili e le forze dell’ordine. Ciò che ci interessa è focalizzare l’attenzione sulla ‘intersettorialità del lavoro’. Quello di creare delle sinergie tra tutte le forze presenti sul territorio, è un obiettivo sul quale stiamo lavorando da una decina di anni. C’è uno scambio continuo di informazioni, di forze e competenza tra tutte le figure, gli enti e le associazioni che trattano l’abuso sui minori e sulle donne. Un apporto fondamentale lo riceviamo, ad esempio, dalla seconda sezione della squadra mobile della Questura di Ravenna, che sono specializzati su queste tematiche. Ruolo fondamentale è svolto anche dai centri anti-violenza come Linea Rosa, Demetra e SOS Donna”.
Cosa ci dice riguardo agli approcci utilizzati come cura?
“Si tratta di terapie psicoterapeutiche che, a seconda del caso, possono essere rivolte all’abusato, alla famiglia, oppure applicate congiuntamente”.
E rispetto al recupero di chi ha abusato?
“Noi in Italia siamo indietro rispetto ad altri paesi europei. Le cure tradizionali non prevedevano, fino a poco tempo fa, interventi focalizzati verso chi mette in atto la violenza. E’ sempre stato considerato solo come il colpevole, ma da qualche anno le cose stanno cambiando anche qui e si stanno aprendo i primi spiragli che riguardano l’inserimento dell’abusante in comunità, attraverso una serie di percorsi psicoterapeutici ad hoc, dopo aver scontato la pena”.
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