Caro maestro ci racconta il “tutti contro tutti”: ecco come si diventa prof

Anche quest’anno la scuola è iniziata. I lettori più attenti avranno notato che alcuni docenti dei propri figli sono cambiati e questa cosa ormai non è più una novità. Quello che non sapete è il mercato delle cattedre che va in scena ogni anno nelle scuole polo, cioè in quei plessi autorizzati dall’Ufficio Scolastico Provinciale (una volta si chiamava Provveditorato agli studi) ad individuare i docenti idonei a stipulare contratti a tempo determinato. In pratica succede quello che ho descritto l’altra volta: centinaia di persone si presentano da disoccupati e dopo penosa attesa sperano di uscire almeno precari.

E’ così, e il clima che si respira quando si arriva è quello delle grandi occasioni. La tensione è alle stelle, perché in qualche ora ti giochi i prossimi 10 mesi: se riesci a portarti a casa una cattedra sei salvo altrimenti entri nei meandri delle supplenze brevi per cui tutti le mattine ti svegli sperando che il telefono suoni. Gavetta che tutti abbiamo fatto (5 anni fa avrei ucciso per una supplenza di 5 giorni!) ma che dopo decenni logora anche il più motivato fra noi. Comunque arrivi puntuale alle 9 e c’è la stessa ressa che c’è all’entrata dell’Olimpico prima del derby: centinaia di docenti che spingono per poter entrare e almeno cercare di ottenere un posto a sedere. Siamo ospiti della scuola Randi, ma non ci sono sedie per tutti. La sedia è importante perché consente di riposare le gambe (uscirò vincitore alle 15!) e di poter avere un appoggio per scrivere, così da tenere monitorate le cattedre che nel frattempo vengono assegnate.

Il clima delle grandi occasioni lo respiri subito, c’è tensione, colleghe che fino a giugno hanno lavorato con te e con cui hai fatto team faticano a salutare: oggi non c’è passato, non c’è amicizia. Siamo tutti contro tutti, a scannarsi per un tozzo di pane (lo stipendio lordo di un maestro precario è pari a 19.324,27 euro, sono tre anni che non aumenta di un centesimo, ma soprattutto ti pagano solo 10 mesi per cui ne prendi solo 10/12) ad elaborare strategie, sperando che quelle prima di te non scelgano la cattedra che tu avevi puntato. La seconda cosa che noti è che la disinformazione regna sovrana. Si parlava di strategia. Bene, ovviamente se tu vuoi andare ad Alfonsine non ti metti a decantare le lodi di quell’istituto. Anzi, per non invogliare nessuno ad andarci, racconti nefandezze incredibili su quella scuola. Ma si sa che le balle poi con il tempo ed il passaparola si ingrossano: alle 11 in tutte le scuole della Provincia pare che mangino ancora i bambini e che i Dirigenti siamo delle moderne personificazioni del grande Erode. Tattica questa efficace specialmente nei confronti dei colleghi più giovani i quali, tempo un paio d’anni, impareranno a fare altrettanto.

Pronti via e subito i primi intoppi: chi vuole scegliere dalla graduatoria del sostegno e chi invece da quella del posto comune. Bazzecole burocratiche: in un amen si fa mezzogiorno. Ragazze con una pancia da ottavo mese scelgono incarichi annuali. Ora dico: fatto salvo il diritto di maternità che è sacrosanto, ma in quale azienda ti assumono in quelle condizioni? Quante volte la dobbiamo pagare quella cattedra noi cittadini? La paghi a chi la sceglie, poi da domani a chi va a supplire (in fondo vuoi andare a scuola in quelle condizioni? Manco ti muovi!) e per finire, quando a questa arriverà l’influenza, la paghi la terza volta. E poi ci chiediamo dove stanno gli sprechi nella spesa pubblica: provate a moltiplicare 19.324,27 per 3 ed il risultato che viene per circa 15 persone in questa provincia. Il tutto moltiplicato per 100 e passa province italiane (e sono stato basso con tutti gli ordini di scuola e le classi di concorso, per non parlare delle province più grandi).

Questo è ancora niente. In quale azienda ti assumono senza vedere il tuo curriculum, senza sapere cosa hai combinato, in quali classi hai già insegnato? Solo nella scuola pubblica: ci sono 100 cattedre disponibili? Si scorre la graduatoria e scegli. Punto. Puoi anche essere un cane, aver fatto disastri, ma il posto è tuo.
Le mie preferite sono le colleghe del sud, che non hanno la più pallida idea di come sia dislocato il nostro territorio. Lo scorso anno una meravigliosa signora del sud alla motivazione di “aggio da lavorà” prese uno spezzone a Cervia ed uno a Lugo: ora, anche se trovi un fenomeno che ti aggiusta l’orario di servizio, ma hai fatto i conti? Mitica fu quella che qualche anno fa in piena bagarre, prima di scegliere chiamò una sua amica agente immobiliare e si fece dire (informando anche tutti noi visto il tono di voce alto) i prezzi degli affitti nelle località ancora con cattedre a disposizione, per poi scegliere, se non ricordo male, Faenza. Gli aneddoti sono infiniti, anche se poi sbiadiscono in fretta. Scenate di isterismo per la “propria” cattedra persa per un soffio, allattamenti volanti prima di scegliere, nonni che cercano di tranquillizzare le nipoti, sistemi informatici che si bloccano.

La chicca finale: tutti a parlare di pedagogia speciale, di alunni diversamente abili, di bisogni educativi speciali, di inclusione, di valore positivo della diversità intesa come risorsa e non come limite. La pedagogia ha fatto passi da gigante in tutto quello che viene chiamato “il sostegno”. Bene: sapete come è chiamata la graduatoria dove sono inseriti gli abilitati all’insegnamento sul posto di sostegno, uno dei più delicati che ci possa essere? Siete seduti? Pronti?
Graduatoria per l’insegnamento a minorati psico-fisici, a minorati della vista, a minorati dell’udito.
Con buona pace della pedagogia speciale.

Il Maestro Perboni (anche quest’anno precario e non più disoccupato)

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