Chiara Gamberale a Ravenna: “Ecco il mio Piccolo Principe”

chiara gamberale“Il mondo dell’editoria era terrorizzato, perché le favole non vendono. Ma io ragiono sempre su quello che è necessario a me. Il sogno di scrivere qualcosa che avesse l’esattezza poetica del Piccolo Principe e del Visconte Dimezzato lo covavo da sempre. Certo, non mi aspettavo questo successo”. Con “Qualcosa”, il libro pubblicato da Longanesi con le illustrazioni di Tuono Pettinato, la scrttrice Chiara Gamberale arriva sabato 8 aprile alle 15,30 nell’ex aula magna dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna (la palazzina bassa di viale Randi 5), ospite della rassegna Rianimazione Letteraria di poesia intensiva di Livia Santini.
Chiara, qual è stata la sfida di questo libro?
“Portare i miei temi di sempre in un universo immaginato. Parlare del vuoto che abbiamo dentro e della difficoltà a mantenere un equilibrio dosando le parole. Credo che ‘Qualcosa’ sia, in fin dei conti, il libro più definitivo sulle mie questioni. Perché quel guasto dell’anima l’ho potuto chiamare proprio così, Qualcosa di Troppo, che è il nome della principessa protagonista”.
qualcosa di troppoPer chi è pensata, questa favola?
“Il genere è senz’altro quello della favola morale per adulti. Ma sto portando il libro anche in alcune scuole superiori, mentre ho saputo che è stato adottato da una scuola media. Credo si possa leggere a vari livelli, esattamente come il Piccolo Principe: a dieci anni capisci e cogli alcuni aspetti, a venti ne apprezzi e ne noti altri. Le persone di cui Qualcosa di Troppo si innamora, a un bambino, possono far ridere e divertire. Su un adulto, credo abbiano l’effetto opposto”.
Quanto ha a che fare con lei la tendenza a riempirsi la vita pur di non guardare in faccia se stessi e il proprio dolore?
“In realtà solo in una certa misura. La foga di vivere e la fatica di vivere fanno senza dubbio rima con la mia perenne inquietudine. Anche io sono sempre stata abituata a viaggiare tanto e innamorarmi in modo compulsivo per fuggire, probabilmente, da me stessa. Ma anche per mestiere, so stare con il silenzio e a contatto con la noia, entrando a contatto con il niente. In fin dei conti, da piccola, passavo intere giornate a fare poco e niente, in solitudine. E oggi ho un telefonino tradizionale senza Internet, pur di non cedere all’abbuffata di informazioni. In ‘Qualcosa’ c’è una parodia dei social network, che a me spaventano sempre molto”.
Qual è il rischio che intravede?
“Nel caso dei bambini, temo che l’abuso di Internet impedisca lo sviluppo della creatività di cui abbiamo tutti bisogno. Non è necessario fare mestieri artistici per sentirne l’urgenza. La creatività è utile a chiunque per difendersi dal dolore, per confrontarsi con la paura, per guardarsi in faccia: è un modo di vivere. Nel caso di noi adulti, mi sembra che il web ci dia l’illusione di risolverci i problemi, quando invece ce li allarga”.
Cos’ha capito, scrivendo ‘Qualcosa? rispetto a quello che la vita toglie e dà?
“Ho capito quello che dico verso la fine del libro: è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura”.

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