Stefano Mazzotti con Edoardo (a sinistra) e Manuele

“Da noi si sa che se un lettino non è perfettamente dritto, non è un problema. Da noi si sa che se tempi, modi e approcci sono diversi dal solito, c’è un perché”.

Stefano Mazzotti, fino al 25 settembre, sarà sulla spiaggia di Rimini, dove dal 1994 gestisce insieme alla famiglia il bagno Ventisette. Insieme a lui e al suo staff, come capobagnino, fino alla chiusura rimarrà anche Manuele, 24 anni, che ha un disturbo dello spettro autistico ma un regolare contratto di lavoro. Una scelta, quella di andare oltre i tirocini formativi per ragazzi con disabilità, che Mazzotti ha fatto a partire dal 2018, quando aveva assunto proprio Manuele, affiancato l’anno scorso da un altro ragazzo. Quest’anno, invece, accanto a Manuele, come bagnini lavorano anche Edoardo e Alberto, che sono stati segnalati dall’associazione Rimini Autismo che sostiene il progetto.

“Siamo sempre stati molto attenti all’inclusione e all’accoglienza di tutti – tanto che il nostro è stato uno dei primi bagni a dotarsi delle carrozzine, fino a che nel 2017 ‘Spiaggia liberi tutti’, il progetto di un tirocinio diffuso di 11 ragazzi con disabilità in otto stabilimenti balneari, ha vinto il premio Innovatori Responsabili della Regione Emilia-Romagna. Il consorzio che aveva costruito il percorso poi si è sciolto ma io ho deciso di proseguire sulla stessa strada, dando un lavoro vero a chi, nella mentalità comune, non può averlo perché con meno possibilità. Mi piace l’idea che un bene comune come la spiaggia possa farsi veicolo di messaggi positivi e sono convinto che l’inserimento dei ragazzi con autismo nel nostro staff faccia bene a tutti, alla qualità del lavoro e delle relazioni. Tutti ci siamo adattati a nuove modalità, uscendone più aperti, flessibili, attenti e sensibili”.

Alla clientela, Mazzotti, cerca sempre di spiegare il senso di tutto e le motivazioni che stanno dietro quelli che possono essere visti, di primo acchito, come sbagli o falle nel servizio: “La consapevolezza da parte dei clienti è una delle parti più importanti del progetto, perché solo sapendo si può capire il motivo di certi silenzi, di certi errori, di un certo andare in confusione, per esempio, di Edoardo, quando gli si danno troppe informazioni”.

Al tempo stesso, lavorando con i suoi tre ragazzi Stefano si è reso conto che, nonostante le etichette che spesso inchiodano le persone con disabilità, l’asticella a volte si può alzare: “Oltre a sentirsi stimati e valorizzati, i ragazzi poco a poco tirano fuori capacità che forse non credevano di avere o non si credeva che avessero, si mettono in gioco e capiscono il valore dell’occasione che stiamo dando loro per dimostrare chi sono e che cosa possono imparare a fare. Tutta questa fiducia in se stessi, poi, la trasferiscono anche su altri piani della loro vita, con un beneficio che quindi si allarga ad ampio raggio”.